Home » Bari » La riforma di Meloni si chiama stabilità. La Premier: «Niente più ribaltoni»

La riforma di Meloni si chiama stabilità. La Premier: «Niente più ribaltoni»

La premier colpisce il campo largo. «Noi non stiamo insieme per battere lo stesso avversario, ma per costruire le stesse idee»

La riforma di Meloni si chiama stabilità. La Premier: «Niente più ribaltoni»

Il record diventa un trampolino elettorale. Giorgia Meloni sceglie il tramonto sul porto di Bari per celebrare i 1.413 giorni del suo governo, il più longevo della storia repubblicana, ma guarda già al 2027. Un’ora di discorso per trasformare la durata in affidabilità, il consenso in investitura e la festa di Fratelli d’Italia nel primo comizio della prossima campagna elettorale. Davanti ad alcune migliaia di persone, tra ministri, parlamentari e bandiere tricolori, la premier rivendica la tenuta del centrodestra e colpisce il campo largo. «Noi non stiamo insieme per battere lo stesso avversario, ma per costruire le stesse idee».

Traduzione: la maggioranza governa, l’opposizione si coalizza soltanto contro Meloni. E chi si unisce per sconfiggere qualcuno, avverte, se vince «il giorno dopo non sa che cosa fare». Il cuore politico del discorso è la stabilità. Non soltanto un primato da festeggiare, ma la prova con cui Meloni chiede di essere giudicata. «Il governo più stabile non è necessariamente il più capace», concede. È quello che ha avuto più tempo per mostrare risultati e limiti. Il verdetto, però, per la premier è già nella piazza che scandisce «Giorgia, Giorgia» e in un consenso che rivendica più alto di quello ottenuto all’inizio della legislatura.

I risultati

La durata diventa così la prima riforma del governo e lo scudo dietro il quale Palazzo Chigi mette in fila i risultati: spread sotto controllo, deficit ridotto di cinque punti, miliardi di interessi risparmiati, 1,3 milioni di occupati in più, soprattutto a tempo indeterminato, taglio del cuneo fiscale, revisione dell’Irpef e risorse per il pubblico impiego. Poi l’affondo. Meloni contrappone i conti in ordine al Superbonus, simbolo di chi avrebbe «devastato le casse dello Stato per pagarsi la campagna elettorale con i soldi degli italiani». È il passaggio più netto contro il centrosinistra e il Movimento 5 Stelle: da una parte il governo della responsabilità, dall’altra quello dei bonus e del debito. Una rappresentazione senza sfumature, costruita per dividere il campo e mobilitare il proprio popolo.

A Bari la premier parla soprattutto al Mezzogiorno. Rivendica 60 miliardi destinati al Sud, la Zona economica speciale unica, le autorizzazioni concentrate in un solo sportello e gli interventi sul modello Caivano. Promette ai giovani un Sud dal quale non si debba più partire e nel quale si possa tornare. Sull’ex Ilva difende la prosecuzione dell’attività produttiva, indicando un equilibrio ancora tutto da costruire fra salute, lavoro e tutela del patrimonio industriale. Sull’energia rompe gli argini: nucleare e aumento delle estrazioni di petrolio nei mari italiani. Immigrazione e sicurezza riaccendono la piazza. Meloni rivendica il calo degli sbarchi, difende i centri in Albania e sostiene che le proposte considerate fino a ieri estremiste siano diventate la nuova linea europea. «Ecco che cosa significa contare a Bruxelles», scandisce. Rispetto per ogni religione, aggiunge, ma nessuna zona franca: trasparenza nei luoghi di culto, contrasto alla propaganda fondamentalista e libertà delle donne non negoziabile. Il riferimento a Lorena Isceri, la donna salentina uccisa a Firenze, porta il comizio sul femminicidio. «Esiste, eccome se esiste», dice Meloni, perché una donna viene uccisa dopo aver scelto di essere libera. Un messaggio che suona anche come una risposta alle polemiche aperte a destra da chi tende a ridimensionare la specificità della violenza di genere.

La prospettiva

La vera eredità politica che la premier vuole lasciare è però la riforma elettorale: permettere agli italiani di scegliere coalizione, programma e candidato da proporre al capo dello Stato. Nella sua narrazione significa cancellare ribaltoni e governi nati nelle stanze dei partiti. Nella sostanza è il tentativo di cucire il nome del leader direttamente sulla scheda e fare della stabilità conquistata il modello per il futuro. In mezzo alla prova muscolare irrompe un momento privato. Il cellulare squilla e Meloni interrompe il discorso: «Amore, ti richiamo. È mia figlia, scusate: mi ha fatto tre telefonate». Poi risponde a una donna che le grida «sei bellissima» e scherza con un militante troppo rumoroso: «Vuoi fare il comizio al posto mio?». La leader torna madre, sorride e per pochi secondi rompe la corazza. Quando il sole scompare dietro il mare, Meloni chiude rilanciando: quattro anni non bastano, non intende fermarsi né accontentarsi. Partono l’inno di Mameli, “A mano a mano” di Rino Gaetano e “I giardini di marzo” di Battisti. Sul porto cala la sera, ma la campagna elettorale si è già accesa. Il governo ha conquistato il record della durata. Ora Meloni prova a trasformarlo in un diritto alla riconferma.