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Preghiera infinta, la ricerca di Igazio Gadaleta: «Dipingere significa attraversare il dubbio» – L’INTERVISTA

Preghiera infinta, la ricerca di Igazio Gadaleta: «Dipingere significa attraversare il dubbio» – L’INTERVISTA

Ignazio Gadaleta dice di aver passato una vita a inseguire la luce. Adesso quella ricerca prende la forma di un libro, Preghiera infinita (Silvana Editoriale), che sarà presentato il 29 maggio al Museo Diocesano di Molfetta. L’omonima mostra, prorogata fino al 31 maggio, continua il suo percorso mentre l’artista ha deciso di donare dodici opere alla Fondazione Museo Diocesano della sua città, come omaggio alla memoria di don Tonino Bello. Più che un catalogo, Preghiera infinita è un bilancio: cinquant’anni di pittura riletti come un unico gesto, una disciplina dello sguardo, quasi una pratica spirituale. Riguardando le sue opere, Gadaleta è arrivato a una conclusione inattesa: forse, da sempre, stava dipingendo la stessa cosa.

Gadaleta, lei scrive che tutta la sua opera, riguardata oggi, le appare come una «preghiera infinita». Quando ha capito che non era soltanto pittura?

«Negli ultimi anni, inizialmente spinto dall’urgenza di riordinare il mio archivio, ho riflettuto sempre di più sul mio percorso nella pittura, tanto immaginifico quanto operativo. Il mio lavoro si è sempre fondato sull’analisi continua del già fatto per immaginare sviluppi mai repentini. Infinitesimali modifiche, dubbi costanti, aggiunte e sottrazioni, giustapposizioni e trasparenze hanno accompagnato oltre cinquant’anni di esercizio poetico del vedere, un vedere “per far vedere”. E, attraverso una sorta di esame di coscienza, mi sono accorto che tutta la mia opera era già una preghiera infinita: un rigoroso processo liturgico e autodisciplinare da cui nascono nuove immagini».

Nel suo libro torna continuamente una parola: «luce». Cosa rappresenta per lei?

La luce è certamente una realtà fisica: attraverso di essa vediamo il mondo. È strettamente legata al colore, che esiste perché illuminato o perché illuminante. Ma la capacità del colore di generare luce non dipende soltanto dalla saturazione o da particolari pigmenti. Mi interessa soprattutto la sua possibilità evocativa: quella capacità di aprire nello sguardo dimensioni più vaste, proiezioni ideali. La luce è un’aspirazione immateriale al bene e non va confusa con il semplice benessere personale. Forse la riconosciamo davvero soltanto nel momento in cui si confronta con la sua assenza».

Lei paragona il suo lavoro alla recita del Rosario: un gesto ripetuto, disciplinato, quasi rituale. In più di quarant’anni la ripetizione le ha dato libertà o ha rischiato di trasformarsi in una gabbia?

«Continuo a costruire complessità cromatiche fondate sull’iterazione di elementi semplici che si susseguono come respiri: costanti, eppure infinitamente diversi. In questo senso il mio lavoro può avere qualcosa in comune con il Rosario: il procedere lento delle dita sui grani, il ritmo, la successione delle invocazioni. Ma quelle che sembrano ripetizioni, se osservate davvero, sono attraversate da minime irregolarità: tracce di vissuto che aprono a sospensioni contemplative e a voli fuori dal mondo».

A un certo punto scrive: «Di tutto ciò non siamo gli autori. Noi siamo i messaggeri». È una frase quasi radicale. Un artista contemporaneo non dovrebbe difendere la propria individualità, la propria firma?

«È troppo piccolo il valore dell’opera di un singolo uomo. Il talento, come insegna il Vangelo, è un dono affidato a ciascuno per compiere una missione. Mi sono sempre sentito rispondere a una chiamata: una vocazione all’arte. Il trasporto interiore nasce da un’illuminazione spirituale e precede ogni disciplina. La mia firma è quella di un messaggero. Il vero autore è molto più in alto».

Le sue opere sembrano chiedere lentezza, contemplazione, attenzione ai dettagli. Oggi viviamo immersi in immagini che durano pochi secondi. Pensa che il nostro sguardo abbia perso qualcosa?

«La mia pittura cerca di trasformare la rappresentazione in una presenza. Il tempo del suo farsi continua nel tempo del suo darsi allo sguardo di chi osserva. I miei dipinti non appartengono alla logica del consumo veloce delle immagini contemporanee: nascono da un’esigenza diversa, quella di vivere un’altra temporalità. Una sola visione non basta. La scoperta richiede ritorni, permanenze, visioni successive. La contemplazione apre possibilità che l’immediatezza tende a cancellare».

Lei insiste molto sull’idea del «guardare da vicino». C’è stato un momento della sua vita in cui ha capito che le cose essenziali si vedono soltanto accorciando la distanza?

«Ho sempre sostenuto che bisogna saper guardare sia da vicino sia da lontano. Ma per entrare davvero nella pittura, per comprenderne la struttura profonda, è necessario avvicinarsi. Forse questa consapevolezza nasce da molto lontano. Da bambino osservavo mia zia Elisabetta Lazzizzera, ricamatrice straordinaria: ricordo ancora i suoi lavori in corso, la precisione dei fili, i dettagli. Ho imparato allora che certe preziosità si rivelano soltanto a distanza ravvicinata».

Nei suoi lavori si avverte una disciplina quasi monastica. Ma ogni percorso spirituale conosce anche il dubbio. Ha attraversato periodi in cui ha pensato: sto inseguendo qualcosa che forse non esiste?

«Dipingere impone rispetto e concentrazione. È un processo ascetico che genera uno stato contemplativo dello sguardo. Ma ogni sospensione meditativa produce anche spaesamento: un magnetismo destabilizzante, una crisi. Il dubbio non è un incidente di percorso. È un attraversamento continuo».

Guardando Preghiera infinita si ha l’impressione che tutta la sua opera tenti di avvicinarsi a qualcosa che sfugge continuamente. Dopo tutti questi anni, ha l’impressione di essersi avvicinato al mistero?

«Mentre dipingo capto segnali dell’inimmaginabile e dell’invisibile: apparentemente per intuito, in realtà per infusione. Trasformo materie coloranti che aprono rarefazioni mentali. Alcuni obiettivi intermedi possono anche concretizzarsi. Ma le destinazioni finali restano ignote. La fiducia è l’essenza dell’abbandono attivo».