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Taranto, il futuro dell’ex Ilva tra ricorsi e opportunità dalle bonifiche

La parlamentare dem Viggiano chiede al Governo una politica chiara sul siderurgico Di Bello (Pri) punta su nuove tecnologie per filiere e manifattura

Taranto, il futuro dell’ex Ilva tra ricorsi e opportunità dalle bonifiche

«La politica industriale di un Paese non può essere affidata alle aule di tribunale, né costruita a colpi di ricorsi, sospensive e controricorsi. La magistratura svolge il proprio compito applicando la legge e tutelando i diritti e le sue determinazioni vanno rispettate ed eseguite». Così la deputata tarantina Pd Francesca Viggiano, sul ricorso presentato dai commissari dell’ex Ilva contro il provvedimento della Corte d’appello di Milano che ha decretato lo spegnimento degli impianti entro ottobre per pericoli legati alle emissioni e alla presenza di amianto.

«La politica, invece, si deve assumere la responsabilità delle scelte e indicare una strada. Una responsabilità che questo Governo oggi, come negli ultimi quattro anni, continua a non assumersi», accusa Viggiano.

Secondo la parlamentare dem, continuano a mancare risposte certe sulla tutela della salute e dell’ambiente e migliaia di lavoratori vivono nell’angoscia per il proprio futuro. Per Viggiano, servono nuove opportunità di lavoro, nuovi insediamenti e «condizioni ambientali e sanitarie degne di un Paese civile».

Le bonifiche

La replica al Partito democratico arriva da Mirko Di Bello, esponente del Pri, secondo il quale «la bonifica non è un’alternativa allo sviluppo, ma il primo passo per costruire un’economia finalmente libera dalla monocultura industriale pesante». «Prima di liquidare come irrealizzabili le ipotesi alternative alla continuità produttiva – afferma Di Bello – sarebbe opportuno entrare nel merito. Il paragone con Bagnoli, spesso utilizzato per sostenere che una chiusura produrrebbe soltanto decenni di abbandono e mancata bonifica, non può diventare un alibi per perpetuare una situazione che Taranto conosce ormai da generazioni. Taranto – sostiene Di Bello – ha bisogno di turismo, cultura, portualità, logistica, ricerca, nuove tecnologie, valorizzazione delle filiere locali e di una manifattura realmente sostenibile. L’obiettivo non è cancellare il lavoro industriale, ma cambiare la direzione dello sviluppo».