Ci sono libri che si limitano a raccontare la malattia mentale, e libri che tentano l’impresa più rischiosa: farla parlare dall’interno, senza la rete di sicurezza della compassione. Lo sbilico di Alcide Pierantozzi, pubblicato da Einaudi nei Supercoralli e arrivato quarto alla finale del Premio Strega, appartiene decisamente alla seconda categoria, ed è proprio questa scelta di campo, negarsi la pietà, negarla al lettore prima ancora che a se stesso, a renderlo un’opera che non si può liquidare con le categorie consuete della narrativa «sulla fragilità mentale».
L’autore che è riuscito in quest’impresa non è un esordiente folgorato dal successo improvviso, per quanto Lo sbilico lo abbia trasformato in un caso editoriale dopo un ventennio di quella che possiamo definire visibilità carsica. Il suo debutto, Uno in diviso e i romanzi successivi lo avevano già segnalato come una voce interessata al corpo, alla dissociazione, ai confini instabili dell’identità. Quello che l’opera ultima aggiunge non è tanto un nuovo tema quanto una radicalità nuova: qui l’autofiction smette di essere un dispositivo letterario elegante e diventa quasi un referto clinico, con tanto di dosaggi farmacologici, diagnosi, terminologia psichiatrica, incastonati dentro la prosa senza mediazioni consolatorie.
Dentro lo sbilico
Il romanzo si apre nel segno della madre: un tumore, un vetrino ritirato in Svizzera nel 2012, e da lì si dipana un racconto che rifiuta volutamente l’architettura rassicurante del romanzo di formazione. Non c’è «un viaggio dell’eroe» nel senso classico: c’è piuttosto un uomo di quarant’anni, tornato dal proprio paese d’origine in Abruzzo dopo anni a Milano, che convive da due decenni con una terapia antidepressiva pesante e con un pensiero suicidario ricorrente, quasi metabolizzato nella quotidianità. Non è la trama a reggere il libro, gli eventi esterni sono pochi, spesso minimi, quanto la tensione costante fra ciò che accade e ciò che il protagonista vede accadere: visioni, allucinazioni, sovrapposizioni di corpi e identità che incrinano continuamente il patto realistico con il lettore. È in questa faglia, in questo sbilico, il punto in cui l’equilibrio cede e la mente rischia il crollo, che il romanzo trova la sua vera materia narrativa, più che nella cronaca degli eventi.
Un io senza riparo
Al centro c’è naturalmente l’io narrante, ma la sua identità non è mai monolitica: omosessuale, indebolito dai farmaci, dipendente e insieme ipercontrollato, ad esempio l’ossessione quotidiana per la palestra oppure per la lettura random del dizionario dei sinonimi e contrari, come autoterapia, argine e ristoro contro la sofferenza. Un figlio che dorme ancora, a quarant’anni, nel letto della madre, la dichiarazione incipitaria che assesta subito un bel colpo al lettore. È personaggio che si costruisce per sottrazione di stereotipi: Pierantozzi ha cura di non renderlo mai affascinante, seduttivo nella sua bizzarria, di non consegnarlo al lettore come oggetto di curiosità clinica.
Attorno a lui, la famiglia: i genitori viventi, un fratello vivo e uno morto bambino, funziona meno come galleria di caratteri a tutto tondo che come sistema di specchi in cui il protagonista si cerca e si perde. È una scelta che espone il romanzo a un rischio evidente: l’appiattimento degli altri personaggi su funzioni psichiche del protagonista. Ma è anche coerente con l’ambizione del libro, che non è corale ma ossessivamente monologante.
L’esattezza della lingua
È probabilmente nello stile che Lo sbilico gioca la partita più alta. La lingua di Pierantozzi alterna registri con una disinvoltura che potrebbe risultare stridente e invece funziona: l’ironia tagliente convive con la vertigine lirica, la cronaca clinica quasi asettica con improvvise impennate visionarie. Non è una scrittura che cerca la bellezza levigata; cerca piuttosto l’esattezza, anche quando l’esattezza è brutale. Pensiamo a certe immagini di violenza fisica sugli animali, usate non per shock gratuito ma come correlativo oggettivo di una crudeltà interiore altrimenti indicibile. E pensiamo alla notevole quantità di parole uniche, spesso tecniche o desuete, un fatto, rarissimo ormai nella scrittura attuale, che rimanda a Manganelli, a Gadda, ricercatori instancabili di termini, immersi in un plurilinguismo e nella congerie di definizioni, quindi, ai grandi dell’espressionismo letterario italiano, ma soprattutto al lessico ricchissimo di Wallace, di cui l’autore si professa debitore.
Non è un romanzo per tutti i lettori, né vuole esserlo: la sua stessa struttura frammentaria e l’assenza di catarsi consolatoria lo rendono un’esperienza di lettura faticosa. Ma è proprio in questa scomodità voluta, in questo rifiuto di addomesticare la sofferenza psichica per renderla narrativamente digeribile, che Lo sbilico trova la sua ragion d’essere e la sua autenticità letteraria in un mondo editoriale come quello di oggi, in cui troppo spesso cercando di compiacere il pubblico più ampio possibile, non si soddisfa nessuno.
