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Medimex, Massarini racconta Springsteen e Steve Wonder: «Il rock? Chiediamoci se esiste ancora» – L’INTERVISTA

«Bruce Springsteen è un Woody Guthrie moderno», afferma Massarini. E su De Gregori: «Non sono suo fan e lui sa il perché»

Medimex, Massarini racconta Springsteen e Steve Wonder: «Il rock? Chiediamoci se esiste ancora» – L’INTERVISTA

Al Medimex Carlo Massarini racconta Bruce Springsteen e Stevie Wonder. E riflette su come è cambiato il nostro modo di ascoltare la musica.

Massarini, quest’anno al Medimex racconterà Bruce Springsteen e Stevie Wonder. Come ha costruito questi due appuntamenti?

«Per Springsteen ho scelto una strada diversa dal racconto biografico. Ho pensato fosse più interessante raccontare lo Springsteen di oggi. Ho selezionato alcuni brani dell’ultimo tour, insieme alle parti parlate, per costruire il ritratto di un artista che sta vivendo una fase molto particolare della sua carriera».

Ovvero?

«Springsteen oggi propone uno spettacolo fortemente politico».

Lei vede quindi un Bruce Springsteen diverso rispetto al passato?

«Sì. Oggi Springsteen è il Woody Guthrie del nostro tempo. È una voce di resistenza attiva nei confronti dell’amministrazione Trump. Non è mai stato un artista ideologicamente aggressivo, ma è sempre stato dalla parte di chi si trova in condizioni di maggiore fragilità sociale. Oggi questa sua posizione emerge con particolare forza».

Passiamo a Stevie Wonder.

«Stevie Wonder è un genio. Ogni tanto la parola genio bisogna usarla. Rileggendo la sua storia mi ha colpito soprattutto la fatica che ha dovuto affrontare prima di arrivare alla piena maturità artistica. Il successo arriva molto presto, ma la vera svolta si verifica negli anni Settanta».

Che cosa cambia?

«Incontra musicisti che stanno sperimentando con sintetizzatori e tastiere elettroniche. Ha l’intuizione di fondere quelle sonorità con la tradizione della musica nera americana, dal gospel al soul. Da quell’incontro nascono album straordinari come Talking Book, Innervisions, Songs in the Key of Life. In quel momento diventa probabilmente l’artista afroamericano più avanzato della sua epoca».

Se dovesse consigliare una sola canzone di Stevie Wonder a un ragazzo che non l’ha mai ascoltato?

«Direi Superstition. È immediata, coinvolgente, ballabile. È una porta d’ingresso perfetta».

Ma oggi si ascolta ancora il rock?

«La prima domanda è un’altra: esiste ancora il rock? Poi possiamo chiederci se si ascolta ancora. Io credo di sì, ma molto meno rispetto a una volta».

Perché?

«Perché è cambiato completamente il modo di ascoltare la musica. Io appartengo a una generazione per la quale l’Hi-Fi occupava il posto che oggi hanno smartphone e computer. La nostra soddisfazione era ascoltare. Oggi invece si ascolta facendo altro. Non è necessariamente peggio o meglio: è semplicemente un approccio diverso».

Se Bruce Springsteen fosse nato oggi sarebbe diventato comunque Bruce Springsteen?

«Sono quelle domande alle quali è impossibile rispondere con certezza. Però possiede un talento straordinario come autore, interprete e performer. Ha soprattutto una capacità rara di entrare in sintonia con il pubblico. Probabilmente sarebbe riuscito comunque a emergere».

Che cosa pensa della scelta di Francesco De Gregori di non commentare le prese di posizione politiche di Springsteen?

«Penso che ogni artista abbia il diritto di fare ciò che ritiene opportuno. La libertà dell’artista consiste proprio in questo. Può scegliere di parlare oppure di non parlare. L’importante è non pretendere che chi fa una scelta diversa stia sbagliando».

Lei non è un grande estimatore di De Gregori.

«No, e lui sa anche perché».

Eppure lo invitò a Mister Fantasy.

«Mi è capitato di rivedere quella puntata perché ho digitalizzato le vecchie registrazioni del programma. Era una trasmissione dedicata a temi come l’apocalisse e lui aveva appena pubblicato Titanic. Ci sembrava il contesto giusto. Continuo però a pensare che il De Gregori degli anni Settanta fosse più interessante di quello venuto dopo».

Lei è stato un ospite fisso del Medimex in questi anni. Che ruolo ha oggi il festival nel panorama italiano?

«Non amo fare classifiche tra festival. Posso però dire che il Medimex mi sembra un laboratorio molto interessante di idee, suoni e incontri. È questo che dovrebbe fare un festival: mettere in contatto le persone e favorire la circolazione delle idee. Da questo punto di vista credo che funzioni molto bene».