Home » Taranto » Ex Ilva, scelta rimandata a settembre: consultazioni fino a giovedi al Mimit

Ex Ilva, scelta rimandata a settembre: consultazioni fino a giovedi al Mimit

Sul tavolo del Governo non c’è più soltanto il futuro dello stabilimento, ma la tenuta economica e sociale di un’intera provincia

Ex Ilva, scelta rimandata a settembre: consultazioni fino a giovedi al Mimit
Un momento del il confronto tra il governo e le organizzazioni sindacali relativo all’ex Ilva di Taranto. Roma, 28 luglio 2026 UFFICIO STAMPA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI/ FILIPPO ATTILI

Non è più soltanto la crisi dell’ex Ilva. È il rischio concreto che il più grande polo siderurgico d’Europa trascini con sé un sistema produttivo che, tra dipendenti diretti, imprese dell’appalto e indotto, dà lavoro a circa 20 mila lavoratori. Una filiera strategica per l’industria italiana, dalla meccanica all’automotive, dalla cantieristica agli elettrodomestici, che continua a dipendere dall’acciaio prodotto a Taranto. Dopo anni di rinvii, commissariamenti, decreti e promesse, il dossier è arrivato al punto di non ritorno. Sul tavolo del Governo non c’è più soltanto il futuro dello stabilimento, ma la tenuta economica e sociale di un’intera provincia e di una parte rilevante del sistema industriale nazionale. Il tavolo tecnico riunito al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, assente il ministro Adolfo Urso, ha certificato una realtà sempre più difficile da governare.

A cambiare radicalmente lo scenario è stato il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che impone tempi stringenti per la chiusura dell’area a caldo, il cuore produttivo dell’acciaieria. Una decisione destinata a pesare sull’intera procedura di vendita e sugli investimenti futuri, proprio mentre il Governo Meloni sta provando ad inventarsi una soluzione industriale capace di garantire continuità produttiva senza compromettere il percorso di risanamento ambientale. Ma c’è un’altra scadenza che rende il quadro ancora più drammatico. Acciaierie d’Italia continua infatti a sopravvivere grazie al prestito ponte autorizzato dalla Commissione europea. Quelle risorse, come ha confermato il Ministero, si esauriranno nei prossimi mesi e Bruxelles non consente ulteriori erogazioni.

Significa che il tempo della gestione ordinaria è finito: senza un investitore, senza nuova liquidità e senza una decisione politica definitiva, il rischio di un progressivo spegnimento dello stabilimento diventa sempre più concreto. Sul fronte industriale resta aperta la partita per la cessione del gruppo. Il colosso indiano Jindal ha confermato la volontà di restare nella procedura competitiva e di presentare una proposta per l’intero perimetro industriale, comprensivo sia dell’area a caldo sia di quella a freddo. Il Governo ha precisato che tutti gli operatori interessati possono ancora migliorare le offerte già presentate o formularne di nuove.

Ma è un equilibrio estremamente fragile. Qualsiasi modifica al perimetro della gara o alle condizioni del bando costringerebbe infatti a pubblicare un nuovo avviso, facendo ripartire da zero la procedura e allungando tempi che né la situazione finanziaria dell’azienda né la decisione della magistratura sembrano più consentire. È questo il vero nodo politico. Palazzo Chigi si trova stretto tra il rispetto delle prescrizioni giudiziarie, la necessità di accelerare la decarbonizzazione e il dovere di evitare il collasso della più grande acciaieria italiana. Ogni rinvio rischia di trasformarsi in un costo economico enorme, mentre ogni scelta avrà inevitabili conseguenze sul piano occupazionale, industriale e ambientale. Per questo i prossimi giorni vengono considerati decisivi. Oggi il ministro Adolfo Urso incontrerà Regione Puglia, Comune e Provincia di Taranto per esaminare i progetti di investimento destinati all’area ionica e accelerarne la realizzazione. A seguire è previsto il confronto con Confindustria, Federacciai, Federmeccanica e le principali imprese siderurgiche nazionali, chiamate a verificare quale contributo il comparto possa offrire alla definizione di una nuova soluzione industriale. Giovedì sarà invece la volta delle aziende dell’indotto, oggi tra le realtà più esposte alla riduzione delle commesse e alle crescenti difficoltà finanziarie.

L’obiettivo del Governo è arrivare all’inizio di settembre con un quadro definito da portare al tavolo di Palazzo Chigi, dove dovranno essere assunte le decisioni finali. Ma il calendario corre più veloce della politica. A chiedere una svolta è anche il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, che alla vigilia dell’incontro romano lancia un appello al Governo. «Non è più il tempo delle ipotesi o delle dichiarazioni generiche. Taranto ha bisogno di certezze». Per il primo cittadino è indispensabile conoscere il piano industriale, gli investimenti previsti, le risorse che saranno messe in campo e le garanzie occupazionali per accompagnare la transizione. «Non possiamo accettare – avverte – che ritardi, responsabilità e decisioni non assunte vengano scaricati ancora una volta sui lavoratori». Bitetti chiede un impegno straordinario dello Stato affinché la transizione industriale non si trasformi in una devastante emergenza sociale.

Per Taranto la partita non riguarda più soltanto una fabbrica. Riguarda la sopravvivenza economica di un territorio, il futuro della più importante filiera siderurgica italiana e la credibilità della politica industriale del Paese. Dopo oltre un decennio di commissariamenti e soluzioni provvisorie, il tempo delle analisi sembra definitivamente scaduto. Ora il Governo è chiamato a una scelta destinata a segnare il futuro dell’acciaio italiano: decidere se rilanciare davvero il polo di Taranto o assistere al declino di uno degli asset industriali più strategici d’Europa.