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I sindacati del siderurgico: «Siamo contro le trattative al ribasso»

L’Usb: «Le notizie che parlano di una trattativa per la vendita della fabbrica sempre più definita con Jindal, ci preoccupano e non poco»

I sindacati del siderurgico: «Siamo contro le trattative al ribasso»

Immediate le reazioni dei sindacati alle ultime mosse del Governo sull’ex Ilva. «Le notizie che parlano di una trattativa per la vendita della fabbrica sempre più definita con Jindal, ci preoccupano e non poco – afferma Franco Rizzo, dirigente nazionale dell’Usb, l’Unione sindacale di base -. Dopo molti anni di immobilismo colpevole della politica, abbiamo ben chiara la situazione tanto da poter dire, senza timore di essere smentiti, che al momento l’ex Ilva necessita di investimenti corposi che solo lo Stato può mettere in campo». Il rappresentante continua affermando che i lavoratori meritano risposte: «Attraverso il pacchetto di proposte che, come Usb, abbiamo presentato a tutti i Governi che si sono avvicendati di recente, che comprenda il riconoscimento della siderurgia tra i lavori usuranti, l’incentivo all’esodo e lavori di pubblica utilità sui Comuni di appartenenza».

E aggiunge che l’unico soggetto in grado di garantire tutto questo è lo Stato. «Per intraprendere una strada seria e credibile, lo Stato deve controllare la gestione dell’acciaieria e deve partire da un intervento straordinario, perché straordinaria è la situazione». L’intervento del pubblico per garantire la reale decarbonizzazione e conciliare produzione, rispetto della salute e dell’ambiente. «L’unica decisione presa dal Governo è di cancellare la decarbonizzazione e utilizzare le risorse rimaste, poco più di 600 milioni, senza alcun reale criterio» – dice Loris Scarpa della Fiom Cgil, e commenta l’articolo 3 del decreto legge 107/2026 che sposta i fondi dal ministero dell’Ambiente a quello delle Imprese, toglie la finalizzazione specifica all’impianto di Dri (preridotto per i forni elettrici) per l’ex Ilva di Taranto.

«Avevamo proposto – afferma la Fiom – che Dri Italia potesse essere la società pubblica che si occupasse del futuro dell’ex Ilva, ma il Governo fa l’esatto contrario». Si attende ora l’incontro fissato per il 28 luglio a Palazzo Chigi, dove si aspetta una risposta chiara e puntuale su cosa intende fare il Governo dell’ex Ilva. «Vuole venderla? Vuole tenerla in vita per qualche anno nelle condizioni attuali? Vuole trascinare la situazione fino al punto in cui la chiusura diventi inevitabile e magari cada sulle spalle dell’acquirente, così da lavarsi le mani davanti al disastro economico, territoriale e nazionale che ne seguirebbe?

Quel miliardo – dicono da Aigi – doveva rappresentare il primo passo verso una siderurgia più pulita, verso una riconversione industriale credibile, verso una prospettiva diversa per una città che da decenni vive sospesa tra lavoro, salute, ricatti occupazionali e promesse mai mantenute. Invece no. Le risorse vengono sottratte a Taranto e rimesse nella disponibilità del ministero per essere destinate genericamente ad altri interventi di decarbonizzazione sul territorio nazionale, come se Taranto non lo fosse».

E continua: «I cittadini di Taranto non possono essere chiamati a sopportare per decenni il peso dell’acciaio nazionale e poi essere abbandonati proprio quando si dovrebbe investire seriamente nella transizione ambientale. Non si può chiedere a un territorio di reggere l’urto industriale, sanitario e sociale dell’ex Ilva e poi negargli persino gli strumenti minimi per immaginare un futuro diverso. Se il Governo ha deciso di chiudere l’Ilva abbia almeno il coraggio di dirlo apertamente. Ma sappia che chiudere non significa spegnere gli impianti e voltarsi dall’altra parte».