La ormai quasi certa cessione dell’ex Ilva agli indiani di Jindal si trasforma in un caso politico nazionale e rischia di aprire una frattura sempre più profonda tra Governo, istituzioni locali, imprese e sindacati. Mentre da Roma filtra l’intenzione di chiudere la trattativa entro la fine di luglio, in Puglia si moltiplicano le prese di posizione contro un’operazione che, secondo le indiscrezioni, comporterebbe circa quattromila esuberi, il ridimensionamento dello stabilimento di Taranto e il timore del tramonto del progetto di decarbonizzazione basato sui forni elettrici. Il decreto del Governo Meloni, ora all’esame del Parlamento, cancella la destinazione vincolata di circa un miliardo di euro prevista per il progetto Dri Italia, il preridotto destinato ad alimentare i futuri forni elettrici.
Quelle risorse tornano infatti nella disponibilità del ministero delle Imprese e si spera siano riallocate su Taranto. La Regione Puglia non nasconde le proprie perplessità. «Riteniamo che un’ipotesi di cessione con quattromila esuberi non sia socialmente accettabile», afferma l’assessore allo Sviluppo economico, Eugenio Di Sciascio. Pur riconoscendo la necessità di chiudere rapidamente una vertenza aperta da anni, l’esponente della giunta Decaro invita il Governo a valutare anche soluzioni alternative e, qualora la strada Jindal fosse inevitabile, chiede un piano straordinario capace di assorbire i lavoratori espulsi dalla produzione.
A rafforzare il fronte delle perplessità interviene anche Federmeccanica. Il presidente Silvano Simone Bettini che aveva definito «devastante» l’ipotesi di una nuova cessione a un gruppo straniero dopo l’esperienza ArcelorMittal, lancia un appello all’esecutivo affinché convochi gli imprenditori italiani interessati a costruire una cordata nazionale. Dal ministero delle Imprese, tuttavia, continuerebbe a prevalere lo scetticismo verso questa soluzione, mentre il dossier Jindal prosegue il proprio iter. A riaprire completamente la partita è però il Flacks Group, il fondo americano rimasto in gara insieme ai partner industriali Metinvest Adria e Danieli. Il presidente Michael Flacks contesta il metodo con cui stanno emergendo indiscrezioni sulla procedura competitiva e rilancia una proposta alternativa che promette di mantenere l’intera capacità produttiva del sito, salvaguardare tutti gli attuali livelli occupazionali e puntare sulla produzione di acciai ad alto valore aggiunto.
Flacks si chiede, inoltre, perché lo Stato dovrebbe investire oltre due miliardi di euro in un progetto che, secondo le ricostruzioni circolate, ridurrebbe drasticamente lo stabilimento e cancellerebbe migliaia di posti di lavoro. Ritenendo la trattativa ancora formalmente aperta. Critiche vengono rivolte anche all’ipotesi di trasferire in Oman da parte di Jindal una parte strategica della filiera produttiva, scelta ritenuta in contrasto con la strategia europea di autonomia industriale.
Sul territorio cresce intanto il malcontento. L’associazione delle imprese dell’indotto Aigi definisce la cancellazione del miliardo destinato al preridotto «un patto tradito con Taranto».
Per gli imprenditori non si tratta soltanto di una diversa allocazione di risorse, ma dell’abbandono del progetto simbolo della riconversione ambientale dell’acciaieria. Senza certezze sul piano industriale, spiegano, diventa impossibile programmare investimenti, assumere personale o mantenere attive le linee produttive. Durissima anche la reazione dei sindacati. La Fiom accusa il Governo di aver assunto una sola vera decisione: cancellare la decarbonizzazione dell’ex Ilva e destinare le risorse residue senza una strategia industriale definita. L’Usb, invece, ribadisce che soltanto una presenza diretta dello Stato può garantire investimenti, tutela occupazionale e una reale transizione ecologica, chiedendo che l’acciaieria resti sotto controllo pubblico. Il conto alla rovescia verso la decisione finale entra così nella fase più delicata. Sul tavolo non c’è soltanto il nome del futuro acquirente, ma il modello di siderurgia che l’Italia intende costruire nei prossimi decenni. E, soprattutto, il futuro di Taranto, che rischia di pagare il prezzo più alto di una scelta destinata a segnare l’intera politica industriale del Paese.
