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Ex Ilva, i Genitori tarantini: «Le prossime generazioni potranno giocare nei cortili»

L’associazione parla di «vittoria della vita» sui social mentre le imprese dell’indotto riavviano i 2.500 licenziamenti

Ex Ilva, i Genitori tarantini: «Le prossime generazioni potranno giocare nei cortili»

«La vita umana dei bimbi tarantini ha vinto. Le prossime generazioni potranno tornare a giocare nei cortili e nei giardini», scrive su Facebook Cinzia Zaninelli, presidente dell’associazione Genitori Tarantini, l’associazione di cui fanno parte gli undici cittadini di Taranto (tra di loro un bimbo di 12 anni gravemente malato) che da soli, come il pastore Davide contro il gigante Golia, hanno portato avanti la battaglia giudiziaria dell’azione inibitoria contro l’ex Ilva (il ricorso è stato presentato dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano). «Abbiamo vinto qualcosa che doveva essere normale. Ma per averla abbiamo dovuto combattere tanto e non è finita comunque», dicono gli attivisti.

Esulta anche il Codacons. «Si può parlare di un provvedimento che insieme all’ordinanza del tribunale di Milano e al decreto della corte d’Appello che lo hanno preceduto, rappresenta certamente un momento chiave e di svolta nello sviluppo delle vicende che riguardano lo stabilimento siderurgico e, quindi, anche e soprattutto nella salvaguardia della vita e della salute dei cittadini di Taranto nonché dell’ambiente in cui essi vivono», dichiara l’associazione. «Non resta ora che confidare nella cassazione, auspicando che il massimo organo giudiziario italiano metta su tale vicenda, una volta per tutte, la parola fine».

Le conseguenze

Il primo effetto sul fronte occupazionale è già arrivato dall’indotto. Le imprese associate hanno comunicato alle organizzazioni sindacali la decisione di «riprendere sin da subito» l’iter previsto dalle procedure per il licenziamento collettivo, precedentemente avviato e poi temporaneamente sospeso l’8 settembre in attesa della sentenza del tribunale di Milano.

Confindustria Taranto, intanto, chiede un decreto urgente per la transizione. Per il presidente degli industriali ionici Salvatore Toma, la bomba sociale rischia di avere «conseguenze gravissime non soltanto per i lavoratori diretti e dell’indotto, ma per l’intero sistema economico e produttivo del territorio».

Secondo Toma serve un decreto legge urgente che, nel rispetto della salute e delle prescrizioni ambientali, consenta temporaneamente di proseguire la produzione entro quattro milioni di tonnellate annue, su livelli ridotti, per adottare le nuove tecnologie e lo Stato deve farsi carico dei costi necessari alla realizzazione dell’impianto di Dri e di uno o due forni elettrici per accompagnare concretamente il processo di decarbonizzazione. «La priorità è salvaguardare il lavoro, ma, ancor prima, la salute dei cittadini. Questi due diritti fondamentali non possono e non devono essere messi in contrapposizione».