La partita per rilevare gli impianti dell’ex Ilva, così ha promesso di recente il ministro delle Imprese Adolfo Urso, va chiusa entro fine mese. Da un lato c’è il colosso indiano dell’acciaio Jindal Naveen e Venkatesh Jindal in questi giorni sono in tour in Italia tra gli impianti siderurgici ex Ilva ed a confronto con i rappresentanti del territorio.
L’altro giorno hanno avuto un lungo colloquio col sindaco di Taranto Piero Bitetti e oggi incontreranno quello di Genova Silvia Salis. Dall’altro il fondo statunitense Flacks group, che fino a poche settimane fa sembrava in pole per rilevare il gruppo. Flacks tuttavia finora non ha fornito i chiarimenti sul piano industriale e le garanzie finanziarie richieste dai commissari del siderurgico.
C’è di nuovo che il gruppo siderurgico Danieli potrebbe affiancare il fondo Flacks e rappresentare quel partner tecnologico con esperienza nel settore che al momento sembra mancare nella proposta americana. Il presidente della multinazionale, Alessandro Brussi, ha riferito di aver incontrato nelle scorse settimane Flacks e discusso del business plan, progettando insieme investimenti da 4,5 a 5 miliardi per ristrutturare Taranto «in toto».
Nei piani di Flacks c’è il mantenimento di 8500 occupati mentre Jindal, a fronte di un investimento promesso di 1,5 miliardi, manterrebbe solo 4.500 operai, producendo fino al 2030 con gli attuali altoforni a carbone per poi costruire un solo forno elettrico.
I sindacati
Per Rocco Palombella, segretario generale dei metalmeccanici di Uilm, l’unica via percorribile è la terza: affidare gli impianti allo Stato. «Urso si convinca che trattative senza garanzia dello Stato sono il fallimento. Siamo sull’orlo del precipizio. Non penso che possa essere Jindal il salvatore, o Flacks. L’Ilva ha bisogno di un’azione da parte dello Stato per uscire da una situazione comatosa: un altoforno in marcia, tutti gli impianti di finitura fermi. Bisogna interrompere questa trattativa e mettere su una gestione statale con la possibilità di ingressi di produttori siderurgici italiani e provare a ripartire», dice.









