A giugno apre a Bari il «CERM – Centro Europeo Ricerche Musicali», istituto di formazione e ricerca fondato e diretto da Antonio Princigalli.
Il centro nasce come acceleratore professionale, creativo e culturale per studiare l’ecosistema musicale, formare nuove competenze e favorire crescita occupazionale. I primi corsi dell’anno accademico 2026/2027 saranno presentati negli Open Days del 13, 20, 27 giugno e 4 luglio: Music Business e Management, Fundraising e relazioni istituzionali, From Sound to Story, Tecnico/a Audio Video Luci, Oltre l’Oriente immaginato e Corso Popolare di Chitarra grattugiata. Accanto alla formazione, il CERM svilupperà anche un’area di ricerca con lo European Music Collider, fondo dedicato ad artisti emergenti, patrimonio musicale e sviluppo dell’ecosistema locale.
Princigalli, il CERM viene presentato come un luogo dove studiare «com’è fatto l’universo musicale e come funziona». Che cosa manca oggi nel Sud nella formazione di chi vuole lavorare in questi ambiti dell’industria musicale?
«Al Sud manca qualsiasi tipologia e strumento di formazione legato a questo. Al momento ce ne sono solamente a Milano e qualcosa a Roma, per cui è un terreno completamente vergine».
Lei parla di «ecosistema musicale», per spostare l’attenzione dal talento individuale alla rete di competenze, relazioni, tecniche e istituzionali. Perché oggi la musica non può più essere pensata solo come palco, artista o concerto?
«Generalmente, l’errore che si compie è di considerare la musica per singoli elementi. Invece la musica va vista come un sistema complesso come qualsiasi altro sistema produttivo. Il sistema è composto da tutti gli elementi della filiera, dagli organizzatori ai festival, alle case discografiche, al pubblico, alle istituzioni, ai tecnici, agli artisti: tutte realtà e figure che devono essere necessariamente sempre più specializzate. E soprattutto hanno bisogno di strumenti e di opportunità per sentirsi e per poter svolgere il proprio lavoro all’interno di quel sistema complesso».
I primi corsi vanno dal music business al fundraising, dal racconto sonoro alla tecnica audio-video-luci, fino alla chitarra grattugiata. Qual è il filo comune tra percorsi così diversi e quale figura professionale immagina possa uscire dal CERM?
«I corsi sono pensati per ruoli, conoscenze e professionalità completamente diversi. Il corso principale, quello che va da ottobre 2026 a giugno 2027, di Music Business Management, mira a formare nuovi manager o a dare strumenti per capire come poter diventare imprenditori, come fare impresa sia nel campo profit che nel campo no profit. E mira a dare strumenti, ad esempio, ad artisti che, così come accade ormai nella stragrande maggioranza dei casi, hanno la necessità di autogestire il proprio percorso artistico dal punto di vista editoriale, manageriale, finanziario e imprenditoriale. Poi ci sono corsi che guardano a una platea più ampia e mirano alla conoscenza, come per esempio il corso sulla musica araba. Ci sono corsi sul fundraising e sui rapporti con la pubblica amministrazione, per realtà o persone che già sono dentro il mondo musicale ma hanno bisogno di una specializzazione, anche rispetto alle nuove modalità per accedere ai fondi, tenendo conto che dal prossimo anno cambieranno moltissime leggi e modalità di finanziamento sia a livello nazionale che europeo. E poi c’è quello per i tecnici: è un corso entry level, per chi vuole cominciare e capire come funziona tutta la parte tecnica, quindi audio-video-luci, ed entrare nel mondo del lavoro legato alla musica da un altro punto di vista. Sono corsi indipendenti l’uno dall’altro. Alcuni possono essere integrati, o meglio, possono essere fatti parallelamente. Ma in linea di massima sono corsi singoli».
La Puglia negli ultimi vent’anni ha costruito una forte identità musicale, tra festival, produzioni, circuiti e progetti internazionali. Dopo esperienze come Puglia Sounds, Medimex e Notte della Taranta, quale salto di qualità ritiene ancora necessario?
«Sì, negli ultimi vent’anni sicuramente la Puglia è cresciuta. O meglio, è cresciuta nei primi dieci di questi venti e negli ultimi dieci è andata avanti molto per abbrivio. Detto questo, secondo me la forza propulsiva si sta un po’ esaurendo: la capacità e la crescita del settore sono cresciute ma manca una visione ampia, che a mio avviso è compito della politica offrire. La politica deve saper gestire i percorsi di crescita. È come dire: il turismo in Puglia è cresciuto così tanto, che cosa manca? È sempre la politica che deve decidere che bisogna dare delle regole, in modo tale che lo sviluppo di una comunità avvenga in un certo modo. Ripeto, vale per qualsiasi comparto produttivo, e a maggior ragione dovrebbe valere per quello culturale e musicale nello specifico, perché sono settori che toccano l’anima di una comunità».
