La storia comincia quasi sempre allo stesso modo. Uno sparisce. L’altro soffre. Seguono gli amici, i messaggi vocali interminabili, le analisi notturne, le ricostruzioni dei fatti. Poi arriva la sentenza. «Era un narcisista».
Un tempo esisteva un lessico sterminato per raccontare la delusione amorosa. Esistevano i vigliacchi, i bugiardi, gli egoisti, gli immaturi, gli opportunisti, i seduttori seriali, gli assenti, gli indecisi. Oggi una sola parola sembra aver assorbito tutte le altre. Narcisista. La diffusione dei social network ha trasformato un termine clinico in una categoria universale. TikTok, Instagram e YouTube sono popolati da esperti, coach, terapeuti, divulgatori e semplici utenti che spiegano come riconoscere un narcisista in cinque segnali, sette comportamenti o dieci frasi tipiche. Ogni relazione infelice sembra condurre alla stessa conclusione. Ogni delusione trova il suo colpevole ideale. Eppure la questione interessante riguarda noi.
La terapia batte il destino
Per secoli gli esseri umani hanno interpretato le proprie sofferenze attraverso il linguaggio della religione, della morale o della letteratura. Oggi le interpretano attraverso il linguaggio della psicologia. Lo aveva intuito già negli anni Sessanta il sociologo americano Philip Rieff. Nel suo libro The Triumph of the Therapeutic descriveva la nascita di una società in cui il benessere psicologico sarebbe diventato il criterio principale per giudicare la realtà. La domanda fondamentale non sarebbe più stata: «Che cosa è giusto fare?», ma «Che cosa mi fa stare bene?». Da allora questa trasformazione non ha smesso di accelerare. Le parole della clinica sono uscite dagli studi professionali per entrare nella vita quotidiana. Trauma, trigger, gaslighting, dipendenza affettiva, attaccamento evitante, love bombing. Termini spesso utili, talvolta indispensabili. Eppure qualcosa accade quando il linguaggio terapeutico diventa l’unico linguaggio disponibile. Ogni conflitto tende a trasformarsi in una patologia. Ogni sofferenza richiede una diagnosi. Ogni esperienza cerca un’etichetta. La complessità è un lusso.
L’io al centro del mondo
Christopher Lasch aveva dato un nome a questo processo già nel 1979: cultura del narcisismo. Molti lettori hanno frainteso quel titolo. Lasch non sosteneva che la società fosse piena di individui innamorati di sé stessi. Sosteneva qualcosa di più inquietante: l’individuo moderno è sempre più concentrato sulla propria immagine, sul proprio benessere, sulle proprie fragilità e sulle proprie ferite. L’io diventa il centro permanente dell’attenzione. Quarant’anni dopo, Instagram avrebbe trasformato quell’intuizione in un paesaggio quotidiano. Anche il linguaggio motivazionale contemporaneo ruota attorno allo stesso asse. «Proteggi la tua energia». «Scegli te stesso». «Metti te stesso al primo posto». «Allontana chi non ti valorizza». Molti di questi consigli, presi singolarmente, possiedono una loro legittimità. Nessuna persona sana dovrebbe accettare rapporti abusivi o umilianti. La questione è un’altra. Quando il benessere individuale diventa il valore supremo, la relazione rischia di trasformarsi in un contratto di soddisfazione reciproca. Appena compare la frustrazione, il disagio o la fatica, nasce il sospetto che qualcosa sia patologico. Eppure l’amore ha sempre prodotto attriti. Ha sempre richiesto rinunce. Ha sempre imposto compromessi. Ha sempre costretto due egoismi a negoziare lo stesso spazio.
Cortázar non capirebbe
Proviamo a immaginare Julio Cortázar, gigante della tradizione romanzesca sudamericana che ha trasformato l’incertezza amorosa in letteratura, alle prese con il lessico sentimentale contemporaneo. In Rayuela, il suo capolavoro, l’amore tra Oliveira e la Maga è un territorio ambiguo, irrazionale, spesso doloroso. Nessuno dei due è un modello di maturità sentimentale. Nessuno dei due è un caso clinico. Sono soltanto due esseri umani che si cercano, si perdono, si feriscono e continuano a non comprendere completamente sé stessi. Se la Maga vivesse oggi, qualcuno le consiglierebbe di lavorare su sé stessa. Qualcun altro le suggerirebbe di stabilire confini più chiari. Un terapeuta da Instagram le spiegherebbe che il suo legame con Horacio Oliveira presenta segnali di dipendenza affettiva. Un secondo riconoscerebbe in lui tratti evitanti. Un terzo si spingerebbe fino al narcisismo. E lo stesso accade in Pavese. In Marguerite Duras. In Roland Barthes. Eppure, persino nelle storie più distruttive del Novecento letterario troviamo una tensione verso la comprensione. Oggi, quella tensione è scomparsa.
Liberi di fare del male
Chi si prende cura dell’altro? Forse il punto decisivo è questo. L’individualismo contemporaneo non si manifesta soltanto nell’ossessione per l’immagine di sé. Si manifesta nella difficoltà crescente a concepire l’altro come una responsabilità. Il linguaggio terapeutico più popolare parla continuamente di protezione personale, autostima, autodeterminazione. Parla molto meno di sacrificio, di cura o pazienza. Della capacità di restare accanto a qualcuno quando smette di essere utile alla nostra autorealizzazione. La parola empatia compare ovunque. La pratica dell’empatia sembra sempre più rara. E così il narcisista è diventato il grande colpevole universale del XXI secolo. Compare alla fine di ogni storia sentimentale come il maggiordomo nei vecchi romanzi gialli. Risolve il mistero. Chiude il caso. Libera la vittima da qualsiasi interrogativo residuo. La sua enorme fortuna culturale racconta qualcosa che va ben oltre la psicologia. Racconta una società che possiede infinite parole per descrivere le ferite dell’io e sempre meno parole per raccontare la fatica di stare con gli altri.
Tornando a Cortázar, una volta scrisse che in amore due più due non fa mai quattro. Siamo tutti come bambini, che un momento prima giocano insieme e quello dopo si tirano i capelli. È da lì che nascono i romanzi. E, qualche volta, anche gli amori.
