Quando Michele Riondino risponde al telefono è al parco con le sue bambine. Più tardi, quando riusciamo a parlare della sua Taranto, concede poco ai sorrisi e niente alla diplomazia sull’ex Ilva. Il suo può sembrare cinismo. È la rabbia di una ferita: la sua coincide con quella di una città intera.
Riondino, che rapporto ha oggi con Taranto?
«Vivendo altrove, è inevitabilmente un rapporto a distanza. Ma è come quello tra madre e figlio: conosci casa tua, ne conosci i pregi e i difetti, e quando torni hai sempre un’agilità nell’abitarla. Continuo a sentirla casa mia».
È stato in città durante i Giochi del Mediterraneo. Che cosa resta?
«Sono stato a Taranto per due mesi, da luglio. Sicuramente restano degli impianti che potrebbero rappresentare una fortuna, se saranno gestiti, tutelati e curati come meritano. Spero si faccia fruttare questa bella ricchezza».
Durante i Giochi ho incontrato commercianti che si commuovevano guardando la città. Cosa hanno visto i tarantini in questo evento?
«Hanno visto che Taranto può essere una città normale. Mi fa tenerezza il tarantino che si meraviglia di quanto la sua città possa essere normale. Rispettare i codici della strada, curare le aiuole, il verde pubblico, l’arredo urbano: dovrebbe essere sempre così».
In quei giorni si è sentito ripetere anche da suoi colleghi artisti: «Taranto non è soltanto l’Ilva». Lei è stato tra i primi a esporsi, che effetto fa?
«Mi fa sorridere che oggi tutti pronuncino questa frase con una facilità con cui difficilmente erano disposti ad accettarla quando a dirla eravamo quattro gatti. Manifestavo già da ragazzino, quando andavo al Pacinotti. Ero convinto che una Taranto senza Ilva fosse possibile e necessaria. Negli anni Novanta dicevamo già che la città non dovesse dipendere dall’acciaieria».
Che cosa ha prodotto la dipendenza dall’acciaio?
«La monocultura dell’acciaio ha soffocato il tessuto urbano, sociale ed economico. Taranto aveva anche un’indole industriale: è la monocultura ad aver soffocato tutto il resto. Nel 2012 la magistratura ha dato ragione a quegli attivisti considerati pazzi che dicevano che la città non meritava un destino tragico. Che altro dobbiamo aspettare?».
Come legge l’intervento del tribunale di Milano?
«Se la magistratura è l’unica istituzione capace di consegnare giustizia a un territorio, le altre dovrebbero interrogarsi. Non c’è vittoria quando i tribunali si sostituiscono alla politica e ai sindacati, che dovrebbero fare un esame di coscienza».
Ne ha parlato con Decaro?
«Sia a lui, che ai tempi a Emiliano, ho ripetuto che quella fabbrica era già chiusa. E il governo Meloni che cosa ha fatto? Quello che hanno fatto i precedenti: niente. Temono Taranto, temono la vertenza Ilva e non sanno come gestirla».
Anche la sinistra?
«Non c’è un leader della sinistra capace di affrontare un tema che potrebbe essere decisivo anche per vincere le elezioni e governare. Il problema è che ne sta parlando un cavolo di attore. Che un attore, un cantante, un operaio, un disoccupato ne sappiano molto più di Decaro, Emiliano, Meloni o Schlein».
Che cosa rimprovera ai sindacati?
«Nelle parole dei sindacalisti che hanno occupato il ponte sento la paura di essere rimasti con il cerino in mano. Oggi riconoscono il problema ambientale e sanitario. Per anni industriali, amministratori e commissari ci hanno detto che quella era un’acciaieria all’avanguardia, e loro gli sono andati dietro. L’operaio è diventato un’arma nelle mani dei partiti e dei sindacati. Minacciano blocchi, proteste a Roma: chi li accompagnerà? A manifestare sono pochissimi delegati. Lo dico con dispiacere: gli operai stanno a casa. Dal 2012 avrebbero dovuto ascoltare chi diceva che quella fabbrica, in quelle condizioni, non poteva sopravvivere al destino che il mercato le stava consegnando».
La nazionalizzazione può essere una soluzione?
«Chi ha messo i soldi per tenere in piedi la fabbrica, pagare bollette, forniture e cassa integrazione? Il governo. In questo senso dico che è già nazionalizzata. Il punto è che non può più produrre così: lo dicono il mercato, le leggi, le regole».
E la salute dei tarantini?
«Il nodo è la contrapposizione costruita tra diritto alla salute e diritto al lavoro. Non può esserci una contrapposizione tra questi due diritti. Chi difende uno a discapito dell’altro ha sbagliato epoca: doveva nascere in piena rivoluzione industriale».
La cultura può offrire un futuro alla città?
«Taranto potrà salvarsi dando seguito al Piano Taranto che abbiamo elaborato con le associazioni. Chiedevamo di prevedere questo momento: programmare la chiusura, preoccuparsi del futuro dei cassintegrati, formare i lavoratori per le bonifiche. Se fossimo partiti allora…».
Chi ha elaborato il piano?
«I cittadini, gli attivisti, i professori che ci hanno aiutato. Operai, studenti, disoccupati, artisti. Il documento esiste: prendetelo, studiatelo. Sono anni che ne parliamo, eppure siamo ancora considerati utopisti».
Prendere posizione è un dovere per un artista?
«Ti parlo da tarantino. Fare l’attore è una professione. Mi occupo di ciò a cui tengo come alla mia vita. Per respirare aria buona devo preoccuparmi di chi me la inquina. Sta alla coscienza di ognuno di noi».
Che cosa spera adesso?
«Che chi oggi si sente minacciato faccia un esame di coscienza. Fino a ieri eravamo noi cittadini a sentirci minacciati da una decarbonizzazione che considero fittizia, che prevedeva altri dieci, tredici anni di produzione a carbone. Spero che i lavoratori capiscano che non lottavamo contro di loro. Le nostre ragioni riguardano anche il loro futuro».
Si può finalmente stare dalla stessa parte?
«Possiamo cominciare a ragionare da città. Sono grato ai genitori tarantini, capaci di scardinare il sistema. Ma quando la magistratura decide al posto di chi dovrebbe farlo, non vince nessuno. Abbiamo perso tutti. Non è bello vedere i lavoratori impauriti. Io non sto festeggiando».
