Sono quattordici, praticamente tutti i big dell’acciaio tricolore, i «patrioti» che hanno dato mandato al presidente di Federacciai Antonio Gozzi a verificare la possibilità di entrare nella partita per il siderurgico.
Tra di loro la stessa azienda di famiglia di Gozzi (Duferco), ma anche Arvedi e Marcegaglia, i due giganti delle lavorazioni e dei laminati, Acciaierie Venete di Alessandro Banzato, probabile succesore di Gozzi nell’associazione. L’interesse manifestato, tuttavia, è per la sola area a freddo (non solo Taranto, ma anche Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi), lasciando in sostanza allo Stato l’onere di gestire o smantellare e bonificare cokerie e altoforni dell’area a caldo. Insomma si verificherebbe quello «spezzatino» a cui le sigle sindacali si sono sempre opposte.
L’iter
La manifestazione d’interesse non è vincolante ma dà accesso ai componenti della cordata alla data room, l’insieme di tutte le informazioni utili, dai flussi in entrata e in uscita dei beni, ai numeri degli occupati e dei cassaintegrati, fino ai numeri della produzione e alla possibilità di visitare gli impianti. I tecnici delle imprese analizzeranno la situazione finanziaria e soprattutto quella degli impianti, rimasti privi di manutenzione, secondo quanto riferito dal ministro delle Imprese Adolfo urso, dopo l’addio del gestore ArcelorMittal.
Intanto, Antonio Marcegaglia ha già fatto sapere di essere pronto a inviare a Taranto, a inizio ottobre, 200mila tonnellate di bramme in conto trasformazione per mantenere attivi i laminatoi. La palla passerà poi al governo. Tocca a Palazzo Chigi decidere il futuro dell’ex Ilva. La gara per la cessione degli impianti, in cui erano in corsa il gigante indiano Jindal e il fondo americano Flacks Group, sembra ferma su un binario morto dopo l’ordinanza di chiusura dell’area a caldo che ha di fatto cambiato radicalmente lo scenario.
