Nubi sulla decarbonizzazione per l’ex Ilva. Una tegola piovuta dal governo centrale che sembra aver cancellato per decreto il piano per realizzare a Taranto l’impianto a gas per produrre preridotto con forni elettrici, il cuore della futura filiera dell’acciaio pulito. Un colpo di spugna sulla riconversione industriale e ambientale dello stabilimento e libera un miliardo di euro che non sarà più destinato alla città jonica, ma distribuito in tutta Italia per generici interventi di decarbonizzazione della siderurgia.
E così prima del via libera al decreto galeotto, il numero 107, ora all’esame del Parlamento, la partita sulla decarbonizzazione dell’ex Ilva diventa terreno di scontro tra Governo Meloni e Regione Puglia. La Giunta Decaro in attesa di conoscere più dettagliate partite, punta a riportare a casa quel miliardo di euro fino a ieri vincolato alla realizzazione dell’impianto Dri di Taranto, considerato il tassello fondamentale della riconversione ecologica dell’ex Ilva. Ma l’articolo 3 del decreto-legge sulla siderurgia cancella quel vincolo e trasferisce ciò che resta delle risorse dal ministero dell’Ambiente al ministero delle Imprese e del Made in Italy per essere destinate attraverso i Contratti di sviluppo a progetti generici di decarbonizzazione sull’intero territorio nazionale.
Una scelta capestro che – sulla carta – manderebbe in archivio il progetto del preridotto, il semilavorato indispensabile per alimentare i forni elettrici e avviare una produzione di acciaio pulito tagliando drasticamente le emissioni. Un piano ambizioso partito nel 2022 come il pilastro della transizione ecologica dell’ex Ilva. All’epoca il Governo chiese ad Invitalia di costituire a Taranto una società di scopo finalizzata nel giro di 18 mesi ad appaltare l’impianto. In realtà, quella società non è mai decollata ed ha accumulato perdite e debiti (14 milioni di euro solo nel 2025) perdendo anche le risorse previste dal Pnrr. Da qui il cambio di rotta impresso da Roma giustificato dall’insufficienza dei fondi stanziati all’epoca ed in parte utilizzati altrove.
Una «mazzata» inaccettabile per la Regione Puglia che si unisce al dramma occupazionale in pieno svolgimento nel siderurgico. Ieri l’assessore allo Sviluppo economico, Eugenio Di Sciascio, ha parlato apertamente di «scippo» ai danni di Taranto e della Puglia, sostenendo che il decreto elimina sia la finalità originaria sia la destinazione territoriale delle risorse. Per questo la Giunta regionale ha predisposto un parere negativo che sarà formalizzato nella prossima Conferenza Stato-Regioni, chiedendo modifiche al provvedimento prima dell’approdo definitivo in Parlamento.
Lo scontro è destinato ora a trasferirsi nelle Camere. Il Movimento 5 Stelle, che rivendica lo stanziamento deciso durante il Governo Conte II, accusa l’esecutivo Meloni di smantellare il progetto di riconversione dell’ex Ilva e annuncia una dura opposizione parlamentare per impedire che il miliardo venga redistribuito ad altri territori. Secondo il vicepresidente del M5S Mario Turco, la cancellazione del Dri rappresenta un grave passo indietro nella transizione ecologica dell’acciaieria e mette a rischio il superamento definitivo della produzione a carbone. La partita, dunque, va ben oltre il destino del solo impianto di preridotto.
Se il Parlamento dovesse confermare il testo senza modifiche, la città perderebbe l’unico contributo nazionale per la riconversione ambientale del sito siderurgico, mentre quel miliardo entrerebbe in un fondo nazionale privo di vincoli territoriali e di beneficiari già individuati.
