I giudici della Corte d’Appello civile di Milano hanno respinto l’istanza di sospensiva dello stop delle attività dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto, presentata da Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria.
È dunque confermato il provvedimento con cui, a fine luglio, è stato disposto il blocco che dovrà essere messo in atto entro il 28 ottobre.
«Il bilanciamento tra i contrapposti interessi» costituzionali «non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute». È il cuore del provvedimento con cui la Corte d’Appello di Milano ha rigettato l’istanza di sospensiva.
Per i giudici «nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest’ultimo».
L’istanza di sospensione in via d’urgenza dell’esecuzione del decreto dello scorso 9 luglio con cui è stato disposto il blocco dell’area a caldo, è stata presentata da Acciaierie d’Italia e Ilva in Amministrazione Straordinaria che hanno addotto che lo spegnimento avrebbe comportato un «grave e irreparabile danno» agli impianti e ai «livelli occupazionali». Operazioni già in corso ma che a partire dal 16 settembre sarebbero diventate «irreversibili, raggiungendo il cosiddetto punto di “non ritorno”».
Da ciò la «distruzione» dell’impianto e il ricorso alla cassa integrazione per i lavoratori e, non hanno escluso, anche per il personale impiegato in altri reparti produttivi. A ciò si aggiungerebbe «la vanificazione delle decisioni assunte dal legislatore e dal Governo, nonchè la dispersione di ingentissime risorse pubbliche investite nel corso degli anni al fine di garantire la continuità produttiva e la salvaguardia» dell’occupazione.
Ma la sezione specializzata in materia di impresa della Corte d’Appello – in linea con il parere della Procura generale che ha proposto il rigetto – dopo aver chiarito che è stato già presentato un ricorso per Cassazione, ha precisato innanzitutto che lo spegnimento dell’area a caldo è stata disposta al fine di rimuovere l’amianto, «tuttora pacificamente presente» e «ricondurre le polveri sottili entro i limiti di sicurezza».
In base al reclamo dei cittadini, quindi accolto, per la corte «a fronte del grave danno, di natura economica da compromissione degli impianti, si pone, nel caso, l’esigenza di apprestare tutela al diritto alla vita e alla salute» seguendo pure la giurisprudenza della Corte di Giustizia europea.
Inoltre, replicando alla richiesta di sospensiva e precisando che «in questa sede» è impossibile rivalutare le ragioni che hanno indotto il precedente collegio a ordinare il blocco dell’attività, i giudici hanno evidenziato, come emerge dalla memoria dei Cittadini, che gli altoforni hanno 60 anni, «vengono rattoppati senza soluzione di continuità alla meno peggio» e sono stati «più volte fermati per interventi di adeguamento e poi regolarmente riavviati».
Infine, riguardo ai danni che lo stop all’attività arrecherebbe alle scelte di politica industriale si tratta di elementi generici che non consentono di esprimersi.
