Un’operazione di solidarietà, oltre che un concreto scouting di manovalanza specializzata, potrebbe arrivare dall’acciaieria Arvedi, gruppo specializzato nella produzione di laminati piani di acciaio, tubi e nastri, da 6400 dipendenti e un fatturato consolidato di circa 7 miliardi. Non solo Arvedi fa parte, insieme a Maregaglia e Duferco del gruppo di imprenditori del Nord che si sono fatti avanti per rilevare gli impianti dell’area a freddo (l’area a caldo sarà spenta in meno di due mesi), ma ora spunta anche la possibilità concreta di assumere dipendenti ex Ilva disposti a trasferirsi a Cremona. Questa possibilità è stata resa nota dall’ex deputato tarantino del M5s Gianpaolo Cassese, in contatto con un operaio originario di Taranto, Luigi Ferrara, con un passato da lavoratore del siderurgico ed ora in pianta stabile a Cremona.
«Sono stato contattato da questa persona e sto facendo da tramite per chi vuole approfondire questa opportunità e posso dire che la possibilità mi pare concreta anche se non so effettivamente quanti lavoratori Arvedi sia in grado di assorbire. Ferrara mi ha comunque riferito che il cavalier Giovanni Arvedi è disponibile ad assumere tarantini pronti a trasferirsi. E devo dire – aggiunge Cassese – che non solo già mi hanno contattato diversi lavoratori, preoccupati per il loro futuro e disposti a valutare il trasferimento, ma ci sono alcuni che mi hanno riferito di avere già avuto contatti con l’azienda lombarda. Mi consta che anche una figura apicale del siderurgico tarantino ha già siglato un contratto e ad ottobre inizierà a lavorare lì».
Il destino della fabbrica
La posizione di Cassese sul siderurgico è in controtendenza. Non tutti sanno che quando era parlamentare del M5S ha seguito in prima persona le vicende dello stabilimento tarantino affiancando l’avvocato grottagliese Antonio Lupo, che fu commissario del siderurgico con i governi Conte I, Conte bis, Draghi e buona parte del governo Meloni. «Ho seguito il dossier da dietro le quinte – racconta Cassese, che dice – non sono certo che la chiusura sia la soluzione migliore. Se viene escluso il rischio di inquinamento c’è un altro spettro che incombe sulla città: la mia preoccupazione è che con la perdita di migliaia di posti di lavoro si arrivi alla deprivazione socio-economica, che si andrà a sommare alle fragilità già presenti».
Negli ultimi tempi Cassese è stato particolarmente attaccato sui social per la sua presa di posizione contro la chiusura. «Il mio è uno sguardo tecnico -dice – ho studiato tutti i documenti, le relazioni Arpa anno per anno, gli impatti sanitari. Quando togliemmo l’immunità penale, commissari e vertici di Mittal approvarono un piano ambientale che fino a quel momento era stato sempre rinviato perché richiedeva enormi investimenti. Per ridurre le emissioni sono state realizzate importanti opere: le gigantesche coperture dei parchi minerari, quelle dei nastri trasportatori, le pompe di trattamento per le acque di falda, i filtri Meros, le pavimentazioni. Passi in avanti enormi rispetto al passato ed i numeri mi dicono che le emissioni si sono ridotte, anche negli anni in cui la produzione era ancora forte, risultando al di sotto dei limiti europei ed italiani».
La narrazione
Secondo Cassese c’è una responsabilità politica nel non aver accompagnato i cittadini nella presa di coscienza che qualcosa sul fronte ambientale stava cambiando. «Chi ha vissuto sulla propria pelle decenni di inquinamento ambientale no può certo stabilire se ci sono polveri fiutando l’aria. È vero: i problemi sanitari continueranno a durare per lungo tempo anche dopo lo spegnimento degli impianti, ma il quadro ambientale non è più compromesso. Secondo me c’erano i margini per continuare a tenere in piedi gli altoforni a carbone con una produzione massima di 6 milioni di tonnellate all’anno per inizare a decarbonizzare costruendo i forni elettrici. Impresa per cui servono miliardi, sia chiaro. La politica dell’attuale governo ha fatto fuggire gli investitori».
