È bastata l’accusa di voler «criminalizzare il maschio» per incendiare lo scontro politico sull’educazione contro la violenza di genere nelle scuole. La miccia l’ha accesa Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, chiedendo al ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, di fermare il protocollo con la «Fondazione Giulia Cecchettin». Una polemica che dal Veneto arriva direttamente in Puglia, una delle regioni scelte per sperimentare il percorso di formazione rivolto agli insegnanti delle scuole dell’infanzia e primarie. A lanciare l’offensiva è stato Stefano Valdegamberi, consigliere regionale e coordinatore veneto di Futuro Nazionale.
Per lui il progetto rischia di trasformare la scuola in un luogo di «indottrinamento ideologico», rappresentando un’intera categoria di giovani come un problema da «decostruire». Una linea che si salda alle posizioni espresse dallo stesso Vannacci in un video in cui viene attaccata la Fondazione Giulia Cecchettin. Nel filmato, che si trova su Youtube al profilo «Back to Reason movement», si afferma: «L’associazione Cecchettin ci spiega che l’educazione maschile deve essere femminista. Questo è solo uno dei punti del programma che ha creato per gli insegnanti delle scuole dell’infanzia ed elementari, una full immersion nel mondo transfemminista per decostruire i cosiddetti stereotipi di genere e rieducare i bambini dagli 0 ai 12 anni.
Si parla di costruzione del genere maschile, gabbie della maschilità, educazione alla sessualità. Vogliamo dare ai nostri bambini informazioni scientifiche supportate dagli studi, non propaganda. Ecco perché pretendiamo che tutti i materiali utilizzati per le lezioni siano scientificamente approvati e sappiamo già con certezza che non esiste nessuno studio empirico che dimostra che la violenza ha un solo genere». Sul femminicidio il generale ha già usato in passato parole destinate a dividere: «Le donne sono esseri fragili, fisicamente sono più fragili», sostenendo al tempo stesso che chi le aggredisce dovrebbe «marcire in galera». Ma contesta un reato legato al sesso della vittima: «Se accettiamo il reato di femminicidio, allora va introdotto l’immigraticidio», è stata una delle sue provocazioni più forti. Anche sulla prevenzione la distanza è netta.
All’educazione affettivo-sessuale Vannacci contrappone la necessità di crescere «uomini forti e non deboli», capaci di «reggere la frustrazione», affrontare un rifiuto e rialzarsi. È il cuore della battaglia politica: intervenire sugli stereotipi e sulle relazioni oppure considerare questo approccio il tentativo di trasformare il maschio nel problema da correggere. Ed è qui che lo scontro nazionale atterra in Puglia. La regione, insieme a Toscana e Veneto, ospita la prima edizione del percorso promosso dalla «Fondazione Giulia Cecchettin» con l’Università di Firenze. La sperimentazione, partita a marzo e prevista sino a novembre, rientra in un progetto di ricerca che arriverà al 2028. L’obiettivo è fornire agli insegnanti strumenti per riconoscere gli stereotipi di genere, lavorare sul linguaggio, gestire i conflitti e promuovere relazioni fondate sul rispetto.
Non si tratta di lezioni impartite direttamente ai bambini. Il percorso riguarda innanzitutto gli insegnanti e affianca formazione e ricerca scientifica: questionari, interviste e focus group serviranno a valutarne l’efficacia e a costruire un modello eventualmente replicabile in altre regioni. L’idea è anticipare la prevenzione: intervenire prima della violenza, quando si formano linguaggi, comportamenti e modelli relazionali. Il legame con la Puglia era già emerso nel gennaio 2025, quando Gino Cecchettin arrivò a Bari per incontrare gli studenti del liceo scientifico Scacchi. Nelle aule portò il principio diventato centrale nell’attività della Fondazione nata dopo l’uccisione della figlia Giulia: agire sulla cultura prima che la sopraffazione diventi violenza.
Nel suo «mondo al contrario», Vannacci riesce così nella titanica impresa politica di rovesciare persino il fuoco della discussione: dalle donne uccise agli uomini che rischierebbero di sentirsi criminalizzati, dalle vittime da proteggere ai maschi da difendere da una presunta rieducazione. Proprio mentre negli occhi restano gli ultimi istanti della vita di Lorena Isceri: rapita, chiusa nel bagagliaio di un’auto e poi scaraventata da un cavalcavia. Un corpo trattato come un pacco di cui disfarsi. Davanti a quell’immagine la battaglia contro l’educazione al rispetto assume un significato politico ancora più feroce: il problema non è criminalizzare gli uomini. È provare a impedire che un’altra donna finisca in un bagagliaio.
