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Ex Ilva, inizia il conto alla rovescia: spegnimento irreversibile in 14 giorni

Acciaierie d’Italia e Ilva (anchessa in amministrazione straordinaria) hanno anche presentato un ricorso in straordinario in cassazione

Ex Ilva, inizia il conto alla rovescia: spegnimento irreversibile in 14 giorni

Governo e sindacati tornano a confrontarsi sul futuro dell’ex Ilva. Martedì prossimo un nuovo incontro convocato a palazzo Chigi ad ormai una settimana dalla dead line per gli impianti. È il 16 settembre, infatti, la data ultima per evitare la fermata degli impianti dell’area a caldo dello stabilimento ionico, a seguito del decreto emesso dalla Corte d’appello di Milano (con scadenza 90 giorni dal 27 luglio, quindi fine ottobre) per fermare i rischi per la salute dovuti a emissioni e presenza di amianto.

È la stessa azienda che gestisce gli impianti, Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, a fornire questa data nell’istanza di sospensiva del decreto presentata alla Corte d’appello. Acciaierie d’Italia e Ilva (anch’essa decotta e finita in amministrazione straordinaria) hanno anche presentato un ricorso in straordinario in cassazione contro il provvedimento, ma poiché per la pronuncia della suprema Corte si prefigurano tempi molto lunghi, hanno anche tentato la strada dell’istanza di sospensiva alla stessa Corte d’appello. La discussione del ricorso a Milano è stata fissata per il 9 settembre.

Il ricorso

Nell’istanza di sospensiva, Acciaierie evidenzia la necessità di «scongiurare il concretizzarsi dei pregiudizi gravissimi ed irreversibili», il cui costo valuta in circa due miliardi di euro. Il riferimento è al piano di spegnimento degli impianti: a partire dalla data del 16 settembre, inizierà il procedimento irreversibile di raffreddamento naturale dell’altoforno 1 e non sarà più possibile riavviare gli impianti dello stabilimento senza che gli stessi subiscano danni irreversibili. Scrive AdI nell’istanza di sospensiva: «la chiusura dell’area a caldo determinerebbe la totale vanificazione delle decisioni assunte dal legislatore e dal Governo, nonché la dispersione di ingentissime risorse pubbliche investite nel corso degli anni al fine di garantire la continuità produttiva e la salvaguardia dei livelli occupazionali del comparto». C’è poi anche un riferimento alla produzione di acciaio. Secondo i vertici dell’azienda, «la cessazione definitiva dell’attività produttiva dell’area a caldo priverebbe il Paese di una capacità industriale di carattere strategico e non sostituibile per l’intero sistema produttivo nazionale».

Il futuro

Nuove tecnologie green, investimenti e agevolazioni per consentire al territorio di voltare davvero pagina e liberarsi dalla monocultura dell’acciaio. Questo è quello che chiedono a gran voce molte realtà del territorio, mentre il governo tiene ancora in piedi una gara per l’acquisizione di impianti sotto sequestro giudiziario, malridotti e in fase di spegnimento su ordine della magistratura. Una sorta di accanimento terapeutico a cui, al momento, non sembrano offerte alternative. Nei ricorsi, Ilva e Acciaierie «minacciano» scenari a tinte fosche per i dipendenti, con ricorso massiccio alla cassa integrazione e licenziamenti a cascata dai diretti fino all’indotto.