«Il paradosso è che mentre in Italia si chiudono tre altiforni capaci di produrre acciaio di alta qualità, in Europa se ne stanno riaprendo tre o quattro dimostrando come, nonostante le affermazioni di principio, in Europa non esistano regole uguali per tutti». Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, spara alzo zero sul Messaggero parlando dell’ex Ilva di Taranto, dopo che la Corte d’Appello di Milano ha confermato lo stop dell’area a caldo, respingendo larichiesta di sospensiva.
«La chiusura dell’area a caldo, che avviene dopo ingentissimi interventi di ambientalizzazione operati negli ultimi anni dalle amministrazioni straordinarie, priva l’Italia dell’ultima produzione di acciaio a ciclo integrale e avrà conseguenze gravi e importanti sotto il profilo occupazionale», aggiunge Gozzi. In conclusione, il presidente di Federacciai – che ha capeggiato la cordata italiana per la manifestazione di interesse per l’acquisto dell’area a freddo della fabbrica di Taranto – sottolinea che «la cordata italiana sta impegnandosi seriamente in un contestodifficile come quello di Taranto per cercare di mantenere una produzione siderurgica di cui l’Italia ha bisogno» e «la conferma in appello dell’ordinanza che chiude l’area caldo di Taranto spiega la ragione per la quale la cordata dei siderurgici italiani ha fatto una manifestazione di interesse soltanto per i treni di laminazione e le verticalizzazioni a freddo».
A questa presa di posizone fa seguito quella del presidente di Federmeccanica, Simone Bettini, in una nota: «Sul dossier Ex Ilva, a mio avviso, nulla è ancora perduto. Esiste ancora uno spazio concreto perché il Governo possa intervenire, e questa possibilità va colta senza ulteriori esitazioni». Co sì dopo la comferma della corte d’appello di Milano sul blocco Se ‘area caldo dell’Ex Ilva, cntinua, «dovesse fermarsi i danni economici, patrimoniali e, soprattutto, industriali si paleseranno nel giro di 5/10 anni, il tempo necessario per la sua misurazione. È una dinamica opposta rispetto a quanto accaduto con il Superbonus, i cui effetti negativi sui conti pubblici si sono manifestati in tempi rapidi. In questso caso il conto più salato arriverebbe più avanti, quando per il sistema industriale italiano potrebbe essere troppo tardi per rimediare».
