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Ex Ilva, da Monti a Meloni: in 14 anni di sequestro 9 Governi e 20 decreti per salvare il siderurgico

Un turbine di atti e scudi penali per rimpinguare le casse del gruppo. Ora Taranto rischia di pagare due volte: inquinamento e la perdita del lavoro

Ex Ilva, da Monti a Meloni: in 14 anni di sequestro 9 Governi e 20 decreti per salvare il siderurgico
Gli altoforni dovranno essere spenti nel prossimi giorni dai commissari

L’ex Ilva ha dato lavoro e acciaio all’Italia e insieme ferite profonde alla salute e all’ambiente, in particolare a Taranto. «Diritto alla vita e alla salute, oltre che all’ambiente sano e diritto al lavoro non possono essere contrapposti e non devono entrare in conflitto, poiché non sarebbe nemmeno meritevole di tutela un lavoro svolto in condizioni degradanti o pericolose», hanno sentenziato i giudici di cassazione, confermando lo stop dell’area a caldo ed interrompendo l’accanimento terapeutico ai suoi impianti.

La politica in questi anni avrebbe dovuto prendere decisioni coraggiose, investire su bonifiche, tecnologie, controlli, alternative. Invece si è scelto il rinvio in perpetuo, gettando soldi solo sulla prosecuzione produttiva. Ora Taranto rischia di pagare due volte: prima l’inquinamento, poi la perdita del lavoro. Nessuno dei governi di centrosinistra, centrodestra e tecnici che si sono alternati negli ultimi 14 anni, cioé dal sequestro degli impianti, ha voluto assumersi la responsabilità di passare alla storia come l’esecutivo che ha chiuso l’Ilva. Ed anche ora ci si affretta ad affidare la responsabilità dell’epilogo scontato alla magistratura.

Un vortice di decreti

Ad oggi si contano in totale 20 decreti-legge “salva-Ilva” ad hoc che hanno riguardato direttamente la gestione dello stabilimento di Taranto. A questi si aggiungono diversi decreti del presidente del Consiglio sui piani ambientali, l’Aia, oltre a numerose disposizioni inserite nelle leggi di bilancio.

Il primo ad aprire la stagione dei decreti d’urgenza è stato il governo Monti nel 2012. Prima un intervento per risorse e bonifiche e poi il primo vero e proprio “salva-Ilva”, che ha dichiarato il sito di interesse strategico nazionale per consentire la prosecuzione della produzione nonostante il sequestro. Nel 2013 altri due decreti urgenti, governo Letta. Prima il commissariamento straordinario dell’azienda e poi uno sulle norme su discariche interne e gestione rifiuti. Tra il 2015 e il 2016 il governo Renzi sforna ben 5 decreti urgenti sull’Ilva riscrivendo piani ambientali ed autorizzazioni per evitare di nuovo lo stop della fabbrica che non ha rispettato le scadenze. Scatta lo scudo penale per commissari e gestori. Nel 2017 un decreto del governo Gentiloni stabilisce ulteriori proroghe e le norme sul trasferimento ad ArcelorMittal. E si arriva al 2019: il governo Conte I rivede tutele legali e immunità penale, eliminando scudo penale per i reati ambientali. L’anno successivo il Conte bis autorizza per decreto l’entrata di Invitalia nel capitale sociale. Anche il governo Draghi interviene con due decreti, con misure urgenti per liquidità ed energia.

Sei i decreti del longevo governo Meloni. Si parte nel 2023 con riforma della governance e nuove tutele penali nell’attuazione del piano ambientale, si stanziano risorse per la continua crisi di liquidità, si autorizza un prestito-ponte per Acciaierie d’Italia, messa in amministrazione straordinaria. Nel 2026 arrivano gli ultimi due decreti, uno per ulteriori iniezioni di liquidità e per la gestione delle discariche e l’altro, dopo la pronuncia della Corte d’appello di Milano sullo stop dell’area a caldo, consente di mantenere accesi ma non produttivi gli impianti e introduce ammortizzatori sociali straordinari.