Mentre dall’ex Ilva partono gli ultimi coils rimasti a Taranto e diretti a Genova, a Roma due incontri tecnici al ministero del Lavoro coi sindacati metalmeccanici sul destino dei lavoratori dell’indotto, dopo che le associazioni di categoria hanno annunciato dai 2500 ai 4500 licenziamenti. Per loro si prospetta la possibilità di cassa integrazione in deroga, almeno per 5 mesi. Sul tema i sindacati hanno scritto una lettera ai commissari del siderurgico, chiedendo di fare chiarezza sull’aumento dei lavoratori messi in cassa integrazione (prorogata al 2027) nelle ultime ore e sui nuovi assetti organizzativi e produttivi.
Per Loris Scarpa (Fiom), «occorre uscire dalla fase di emergenza con misure a tutela dei lavoratori e poi affrontare la fase di transizione. Il tema della decarbonizzazione è un punto dirimente». I sindacati hanno chiesto tutele per l’indotto, attraverso un accordo quadro che blocchi i licenziamenti e riconosca l’ammortizzatore sociale in deroga. Fim, Fiom e Uilm hanno presentato al governo un Piano straordinario nazionale di messa in sicurezza e rilancio dell’ex Ilva. Si chiedono misure come integrazione salariale, incentivi all’esodo, pensionamenti anticipati e cassa integrazione, da inserire nel prossimo decreto d’urgenza a cui lavora Palazzo Chigi.
«Qualunque sia l’esito della sentenza sul ricorso contro lo stop dell’area a caldo, ribadiamo al Governo che non accetteremo che l’unica prospettiva per le persone sia la cassa integrazione», dicono i leader sindacali che chiedono subito un nuovo incontro del tavolo permanente a Palazzo Chigi dove ribadire le richieste: decarbonizzazione, occupazione, salute e ambiente. Non è soddisfatta dell’incontro l’Usb. «Ci aspettavamo di discutere di lavoro usurante, riconoscimento amianto, lavori di pubblica utilità e tfr per i lavoratori di Ilva in as. Ci aspettavamo risposte efficaci a tutto quello che i lavoratori hanno subito da ogni punto di vista. Nulla di tutto ciò, solo piccole flebo, al posto di una cura vera. Si ripropone sempre la stessa logica che sposta i problemi in avanti», commenta Franco Rizzo (Usb).
Gli scenari
Riflettori puntati sulle decisioni della magistratura: Corte d’appello di Milano il 30 settembre e cassazione il 20 ottobre. Nel frattempo le associazioni che radunano imprese dell’indotto (Aigi e Confapi) hanno di nuovo sospeso i licenziamenti e chiedono forni elettrici e bonifiche delle aree. Si spera ancora in una ripresa della produzione di acciaio, mitigata dalla cassa integrazione per i prossimi mesi. Resta polemico nei confronti delle decisioni della magistratura il presidente di Federacciai Antonio Gozzi, secondo il quale «la decisione della magistratura lavora contro gli interessi dell’economia e dell’industria». Parlando di inquinamento, Gozzi sostiene che il Pm10 di Milano è superiore a quello di Taranto. «Allora chiudiamo Milano?», dice provocatoriamente. Gli risponde l’ex ministro Carlo Calenda. «L’Ilva non la vuole aperta più nessuno. E noi perderemo l’acciaio primario così di cui abbiamo estremo bisogno».
