«Se anche la cassazione annullasse il decreto di stop degli impianti dell’area a caldo, senza denaro non ci può essere continuità produttiva». Lo sostengono i sindacati metalmeccanici, che in attesa del pronunciamento della suprema corte sullo stop ad altoforni e cokerie, ordinato dalla Corte d’appello di Milano per i pericoli per la salute, tracciano un bilancio delle recenti promesse e chiedono al governo di impiegare risorse finanziarie certe e traghettare l’ex Ilva in questa fase emergenziale evitando il collasso del tessuto produttivo ed economico del territorio.
Per i sindacati, le moblitazioni dei giorni scorsi, col blocco della raffineria e la crisi della mobilità del Sud conseguente, hanno riaperto la partita dell’ex Ilva. Alle misure straordinarie promesse al tavolo del ministero del Lavoro, i sindacati rievocano il documento bipartisan siglato in Regione, con Comune e Provincia, che traccia gli obiettivi per il presente e il futuro ambientale, occupazionale ed industriale.
Le prossime tappe
In attesa del verdetto di cassazione, di certo c’è in calendario martedì un nuovo confronto a Palazzo Chigi, mentre l’8 novembre è prevista la chiusura del bando per la cessione degli impianti. All’orizzonte non si vedono gruppi interessati all’affaire Ilva. Sul punto, i sindacati lamentano di non essere stati ancora informati su eventuali piani industriali e sui futuri assetti produttivi.
Per le sigle metalmeccaniche, l’unica soluzione praticabile è l’intervento pubblico, a garanzia della transizione ecologica e sociale che i privati non possono assicurare. Resta poi il capitolo della cassa integrazione: ci sono ancora zone d’ombra, in particolare per alcune aziende di indotto e appalto in grave difficoltà.
L’azienda ha fatto richiesta di raddoppiare i 3500 attuali cassintegrati, salvo poi fare marcia indietro. «La mobilitazione non si ferma», dicono Fim, Fiom, Uilm e Usb, in attesa di avere un quadro definito. A breve ci saranno nuove assemblee coi lavoratori per decidere insieme come proseguire la lotta.
