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Medimex, Diodato: «Contro la rassegnazione, Taranto produce bellezza» – L’INTERVISTA

Al Medimex di Taranto, Antonio Diodato ha immaginato «Le Strade del Mediterraneo» come un viaggio tra memoria e contemporaneità

Medimex, Diodato: «Contro la rassegnazione, Taranto produce bellezza» – L’INTERVISTA

Al Medimex di Taranto, Antonio Diodato ha immaginato «Le Strade del Mediterraneo» come un viaggio attraverso artisti capaci di tenere insieme memoria e contemporaneità. Con Sara Gioielli, Davide Ambrogio e Sami Galbi, il cantautore ha costruito un racconto di culture che si incontrano, si contaminano e continuano a generare significato. Un Mediterraneo che non guarda al passato come a un museo, ma come a una sorgente che si rigenera.

Diodato, ha affidato Le Strade del Mediterraneo ad artisti che sembrano cercare nelle radici qualcosa di molto contemporaneo. Che cos’è per lei oggi la tradizione?

«Credo che uno dei modi che abbiamo per comunicare con il mondo, e quindi anche con tradizioni molto distanti dalla nostra, sia proprio quello di prendere qualcosa dalle nostre radici e portarlo all’interno del nostro contemporaneo. È esattamente quello che fanno gli artisti che abbiamo invitato quest’anno ed è il motivo per cui ho voluto curare ancora questa rassegna. Secondo me il Medimex ha questo valore: comunicare. Sono partito dal Mediterraneo, ma è un festival che comunica con il mondo. E penso che le radici siano fondamentali proprio per riuscire, paradossalmente, a farsi capire anche oggi».

Davide Ambrogio lavora su un folklore che non sembra affatto da museo. Quando ha immaginato questa rassegna voleva raccontare il Mediterraneo reale o quello che stiamo rischiando di perdere?

«Volevo raccontare i viaggi del Mediterraneo, le culture che si mescolano. Volevo portare la testimonianza di un luogo vivo, di un luogo che ancora oggi parla al mondo intero. Questa era la mia intenzione. In questi progetti sento messaggi molto forti e questo era un palco in cui poteva essere interessante portarli e amplificarli».

In un’epoca in cui la musica sembra sempre più condizionata dagli algoritmi, quanto conta lavorare sulla profondità e sulle radici?

«Ancora di più. Lo vedi immediatamente. La cosa bella è che tanta della gente che c’era stasera al concerto di Sara Gioielli magari conosceva poco il progetto, però sono bastati trenta secondi per innamorarsi, per rimanere ipnotizzati, per restare lì ad ascoltare, a partecipare, a diventare parte di quel messaggio di umanità. Di profonda connessione con l’altro. E questo è ciò di cui abbiamo bisogno».

Taranto conosce da sempre la convivenza tra bellezza e ferita. Oggi a che punto è questa battaglia?

«Ci sono tanti che provano a reagire e, ovviamente, sotto altri punti di vista c’è anche tanta rassegnazione. Però bisogna continuare a lottare, continuare a produrre bellezza in qualche modo, perché siamo in grado di farlo e di valorizzare quella che abbiamo».

Pensa che la musica abbia ancora la capacità di scuotere un ascoltatore sempre più distratto?

«Secondo me sì. La musica è un amplificatore, ma è anche qualcosa che scuote l’animo di un essere umano. Stasera c’era gente che piangeva, gente che si emozionava, che sentiva qualcosa di molto profondo muoversi dentro. Questo, secondo me, è il potere più grande che ha la musica».

Se dovesse scegliere una sola parola per raccontare gli artisti che ha voluto quest’anno sul palco, quale sarebbe?

«Dentro la parola Mediterraneo ci sono viaggi millenari, culture che si mescolano. Ecco, mescolarsi è il centro di tutto».