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A Taranto arriva Monsters, Di Giorgio: «Il fantastico trasfigura le paure che agitano la realtà» – L’INTERVISTA

Il direttore artistico racconta la nona edizione del Fantastic Film Festival e il legame tra immaginazione, identità e futuro della città

A Taranto arriva Monsters, Di Giorgio: «Il fantastico trasfigura le paure che agitano la realtà» – L’INTERVISTA
Davide Di Giorgio è il direttore artistico del “Monsters–Fantastic Film Festival” di Taranto

L’orrore non serve a dimenticare la realtà, ma a guardarla dove fa più paura. Guerre, violenza, solitudine, identità incerte: dietro i mostri del cinema si nascondono spesso le inquietudini di un’epoca. È questa la prospettiva della nona edizione di «Monsters – Fantastic Film Festival», inaugurata giovedì scorso e in programma a Taranto fino al 31. Organizzata da «Brigadoon – Altre storie del cinema», la manifestazione propone 75 film da 27 Paesi e quattro continenti, fra concorsi internazionali, anteprime, retrospettive e incontri, con ingresso gratuito. Il simbolo di quest’anno è l’Uomo Invisibile, mentre fra gli omaggi spicca quello al compositore Pino Donaggio, insignito del Premio Maestri del Fantastico. Ne parliamo con il direttore artistico Davide Di Giorgio, per il quale il fantastico non rappresenta un universo separato dal presente, ma un modo di interpretarlo.

Il cinema fantastico viene spesso considerato una forma di evasione. Eppure, attraverso l’orrore e il mistero, ha raccontato le paure e le contraddizioni delle diverse epoche. Che cosa ci dice della società in cui viviamo?

«Questo è un tema sul quale lavoriamo fin dagli inizi. Abbiamo sempre considerato il fantastico una lente attraverso cui parlare della realtà. Ed è proprio la realtà a dimostrarlo: ogni volta che attraversiamo periodi di crisi, il fantastico conosce momenti di grande successo. Lo vediamo anche quest’anno, con l’horror presente ovunque, dai premi più importanti ai risultati al botteghino. Ci sono le tensioni internazionali, c’è la sensazione collettiva di vivere in tempi di angoscia. Il cinema, attraverso l’arte, riesce a trasfigurare tutto questo, a dare una forma a ciò che sentiamo. È anche una delle ragioni per cui troviamo tanto materiale sul quale lavorare e dal quale partire per costruire i programmi del festival».

Nove edizioni hanno costruito un percorso fra nuovi autori, classici e incontri con i protagonisti del cinema. Quali temi emergono dal programma di quest’anno e perché avete scelto proprio l’Uomo Invisibile come figura simbolo?

«Ogni anno dedichiamo un focus a un mostro classico. Stavolta abbiamo scelto l’Uomo Invisibile perché è una figura che ha a che fare con il vedere, con la possibilità stessa di riconoscere ciò che abbiamo davanti. Viviamo in un tempo in cui non si riesce a distinguere bene il confine tra il bene e il male: ci sembrava dunque un personaggio perfetto per accompagnare questo percorso. Tra l’altro, le sue diverse incarnazioni cinematografiche hanno affrontato nel corso degli anni argomenti come il femminicidio e la guerra. Nel programma c’è anche un film in cui l’Uomo Invisibile si lega allo spionaggio bellico. Sono questioni pienamente contemporanee: basta pensare a quanto la violenza sulle donne e i conflitti siano presenti nel nostro tempo. Quanto al concorso principale, emergono soprattutto la difficoltà delle relazioni umane e il rapporto con il corpo. Sono altri due temi tipici della nostra epoca, che il cinema fantastico riesce ad affrontare attraverso linguaggi e storie molto diversi».

L’omaggio a Pino Donaggio, premiato come Maestro del Fantastico, invita a guardare oltre le immagini, verso la musica che costruisce suspense e memoria. Quanto conta il suono nel cinema di genere e perché avete scelto proprio lui?

«Il rapporto con la musica è fondamentale. Basta pensare a colonne sonore leggendarie come quella di Halloween di John Carpenter o quella di Profondo rosso dei Goblin, per fare soltanto due esempi. L’horror è un genere nel quale il regista ha sicuramente una posizione centrale, ma non è l’unica figura importante. Ci sono i tecnici degli effetti speciali, ci sono i musicisti: il risultato nasce anche dal contributo di queste professionalità. Per noi, che organizziamo un festival, è un aspetto prezioso, perché ci consente di spaziare e di abbracciare tante figure diverse del cinema. Pino Donaggio lo abbiamo scelto innanzitutto perché siamo suoi grandi ammiratori. E poi perché ci permetteva di celebrare i cinquant’anni di Carrie, il film di Brian De Palma, una delle sue prime colonne sonore e una di quelle alle quali siamo più legati. Da lì Donaggio ha avuto una carriera straordinaria, lavorando con tanti grandi registi, da Dario Argento a Nicolas Winding Refn. È certamente un maestro del fantastico».

Un festival così specializzato può parlare anche a chi non ama l’horror. Dopo nove edizioni, quale rapporto avete costruito con Taranto e quale ruolo può avere Monsters nella vita culturale della città?

«Non potevamo immaginare una città più adatta di Taranto. È una città che si confronta spesso con i propri mostri e che deve immaginare il proprio futuro: un genere come il fantastico, che fa appello all’immaginazione, ci sembrava perfetto. Per quanto riguarda gli spettatori, abbiamo un pubblico trasversale, dai ragazzi alle persone adulte. Siamo riusciti a convincere anche molti scettici, persone che non amano necessariamente l’horror e il fantastico. Ma questo rapporto non è mai conquistato una volta per tutte. Va costruito giorno per giorno, attraverso relazioni con le realtà culturali del territorio. Per fortuna qui esiste un grande fermento dal basso: dobbiamo creare sempre più legami, continuare a dialogare e allargare il pubblico. È un lavoro che non si esaurisce con le proiezioni, ma cresce insieme alla città».