A Roma lo hanno chiamato «decreto commissari straordinari e concessioni», ma la Puglia lo legge come un decreto salva-Tap. E ora il rischio è che attorno al raddoppio del gasdotto si apra un nuovo e durissimo fronte istituzionale tra Regione e Governo centrale. Al centro dello scontro c’è l’articolo 9 bis del provvedimento approvato da Palazzo Chigi, una norma apparentemente tecnica che però, secondo la Regione Puglia, produce un effetto politico ed economico ben preciso: cancellare i ristori economici destinati ai territori interessati dal potenziamento di infrastrutture energetiche strategiche quando non siano accertati ulteriori impatti ambientali. Tradotto: il raddoppio della capacità del gasdotto Tap non comporterebbe alcun indennizzo per i Comuni salentini che da anni convivono con l’approdo dell’opera. Una modifica legislativa che da Bari viene interpretata come una norma cucita su misura. Non a caso dagli uffici regionali si parla apertamente di un intervento che avrebbe un unico beneficiario reale sull’intero territorio nazionale: la multinazionale azera che gestisce il gasdotto destinato a portare in Italia e in Europa il gas proveniente dal Mar Caspio.
La posta in gioco è tutt’altro che simbolica. Sul tavolo ci sono circa 50 milioni di euro di compensazioni economiche rivendicate dai Comuni del Salento interessati dall’infrastruttura. Una richiesta che affonda le sue radici nella legge regionale pugliese del 2022, una norma successivamente ridimensionata dalla Corte Costituzionale, ma non cancellata del tutto. Proprio sulla base di quel quadro normativo gli enti locali avevano avanzato le proprie pretese economiche. Tap aveva reagito impugnando gli atti davanti al Tar del Lazio. Ma i giudici amministrativi avevano dato ragione ai Comuni, riconoscendo la legittimità delle richieste di ristoro. Una pronuncia che è svuotata del tutto dagli effetti del nuovo decreto governativo. Da qui la durissima reazione della Regione Puglia, pronta a portare il caso davanti alla Corte Costituzionale.
Secondo l’Avvocatura regionale, infatti, la norma statale invaderebbe le competenze concorrenti tra Stato e Regioni in materia energetica e contrasterebbe con il principio, già riconosciuto dalla legislazione nazionale, secondo cui i territori che ospitano opere strategiche devono ricevere adeguate compensazioni. Dietro la battaglia giuridica si nasconde, però, uno scontro eminentemente politico. Da una parte il Governo Meloni, deciso a rafforzare la sicurezza energetica nazionale e ad aumentare la capacità di trasporto del principale corridoio del gas che collega il Mediterraneo orientale all’Europa. Dall’altra la Regione Puglia, che rivendica il diritto dei territori ad ottenere benefici economici proporzionati ai sacrifici imposti dalla presenza di un’infrastruttura considerata strategica per l’intero Paese. È una partita che riporta alla memoria gli anni delle proteste contro l’approdo del gasdotto a Melendugno. Con una differenza sostanziale: allora il confronto riguardava la realizzazione dell’opera.
Oggi il nodo è la redistribuzione dei vantaggi economici. Per Roma il Tap rappresenta una garanzia energetica indispensabile in una fase internazionale ancora segnata da tensioni geopolitiche e incertezze sugli approvvigionamenti. Per la Puglia, invece, non può esistere un interesse nazionale senza un riconoscimento concreto ai territori che ospitano quella che viene definita la più importante infrastruttura energetica del Mediterraneo. La sfida è appena iniziata. E questa volta potrebbe non giocarsi nei cantieri o nelle piazze, ma nelle aule della Corte Costituzionale.
