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Autonomia differenziata, cento tra sindaci e amministratori contro l’ok della maggioranza di Governo

Il prossimo passo sarà la predisposizione di quattro ddl, uno per Regione, con cui saranno disciplinati i trasferimenti di competenze

Autonomia differenziata, cento tra sindaci e amministratori contro l’ok della maggioranza di Governo

L’autonomia differenziata supera il primo vero banco di prova parlamentare e imbocca la strada che porta ai disegni di legge. Con 161 voti favorevoli e 109 contrari, la Camera ha approvato la risoluzione della maggioranza sulle pre-intese con il Veneto, completando il via libera già arrivato nei giorni precedenti per Lombardia, Piemonte e Liguria. Dopo il sì del Senato, si chiude così la fase politica preliminare e si apre quella legislativa, destinata a trasformarsi in uno dei principali terreni di scontro tra Governo e opposizioni. Il ministro Roberto Calderoli incassa un passaggio decisivo della riforma simbolo della Lega. Il prossimo passo sarà la predisposizione di quattro distinti disegni di legge, uno per ciascuna Regione, con cui saranno disciplinati i trasferimenti di competenze in materia di protezione civile, professioni, previdenza complementare, tutela della salute e coordinamento della finanza pubblica.

Per le materie legate ai Livelli essenziali delle prestazioni, come la sanità, il Governo assicura che il trasferimento avverrà nel rispetto dei Lep. Ma è proprio su questo punto che si concentra la contestazione delle opposizioni. La giornata parlamentare ha certificato due visioni opposte del Paese. Per il centrodestra il voto rappresenta l’avvio di un regionalismo più efficiente e responsabile. Il presidente del Veneto Luca Zaia parla di «vittoria storica». Fratelli d’Italia rivendica una riforma che, a suo giudizio, renderà più efficiente l’amministrazione senza mettere in discussione l’unità nazionale. Sul fronte opposto cresce invece il fronte del «no». In Puglia quasi cento sindaci e amministratori locali, con primo firmatario il sindaco di Bari, Vito Leccese, chiedono al Governo di sospendere immediatamente l’iter delle pre-intese. L’appello richiama la sentenza n. 192 del 2024 della Corte costituzionale, sostenendo che gli schemi approvati attribuiscono interi ambiti materiali alle Regioni, in contrasto con quanto indicato dalla Consulta.

Gli amministratori denunciano soprattutto l’assenza del finanziamento preventivo dei Livelli essenziali delle prestazioni e del fondo perequativo previsto dall’articolo 119 della Costituzione, elementi che, a loro giudizio, rischiano di ampliare il divario tra Nord e Sud. La sanità diventa il vero campo di battaglia della riforma. Il Pd parla di un tentativo di aggirare la pronuncia della Corte costituzionale e denuncia il rischio di cristallizzare le disuguaglianze territoriali senza alcuna istruttoria sull’impatto per il Servizio sanitario. La Cgil Puglia rilancia la mobilitazione, invitando i comitati referendari a tornare nelle piazze contro quello che definisce «un disegno di secessione delle Regioni ricche». Anche il M5S attacca duramente il provvedimento, sostenendo che il Veneto, indicato come modello, continui a registrare gravi carenze nella medicina territoriale e un crescente ricorso alla sanità privata. Critiche anche da Azione. Il voto di Montecitorio, dunque, non chiude il confronto. Un vero braccio di ferro si delinea tra un Nord deciso ad ampliare i propri spazi di autonomia e un Mezzogiorno che vede nelle pre-intese il rischio di un’Italia sempre più divisa nei diritti, nei servizi e nelle opportunità.