La Regione Puglia prova a stringere le maglie contro opacità e zone grigie nella gestione della cosa pubblica. Con una nuova direttiva interna firmata dal capo di gabinetto, Davide Pellegrino, la giunta imprime un’accelerazione sul fronte della trasparenza e del controllo, richiamando esplicitamente una legge regionale già in vigore, nata per contrastare il malaffare, la corruzione negli appalti pubblici e le distorsioni nei processi di assunzione.
Una legge approvata durante l’era di Michele Emiliano, stagione politica segnata anche – purtroppo – da diversi scandali giudiziari che hanno investito pezzi della macchina amministrativa e acceso i riflettori sulla necessità di rafforzare anticorpi e controlli. Una norma che, almeno in parte, è rimasta però nel cassetto, soprattutto per quanto riguarda la disciplina dell’attività di lobbying, uno dei pilastri più innovativi ma anche meno attuati del provvedimento.
La legge, infatti, introduceva un sistema di regolazione dei rapporti tra decisori pubblici e portatori di interesse: l’istituzione di un registro dei lobbisti, l’obbligo di trasparenza sugli incontri con rappresentanti di imprese, associazioni e gruppi organizzati, la tracciabilità delle interlocuzioni e la pubblicità delle agende dei decisori politici e amministrativi.
Un meccanismo pensato per far emergere alla luce del sole quelle relazioni che spesso si sviluppano in modo sotterraneo, riducendo il rischio di pressioni indebite e condizionamenti nelle scelte pubbliche. Proprio questo segmento, però, è rimasto in gran parte inapplicato o applicato a macchia di leopardo, depotenziando l’efficacia complessiva dell’impianto anticorruzione.
Da qui il senso della direttiva: non tanto inventare nuove regole, quanto imporre l’attuazione piena di quelle già esistenti. Il messaggio politico è netto: prevenire prima che reprimere. La direttiva impone alle strutture regionali, agli enti partecipati e alle aziende sanitarie un rafforzamento immediato delle procedure di verifica, tracciabilità e pubblicità degli atti, con particolare attenzione ai bandi di gara, agli affidamenti diretti e alle selezioni del personale.
Non nasce un nuovo impianto normativo, ma viene irrigidito quello esistente. Un atto di indirizzo che suona come un richiamo all’ordine, con l’obiettivo di colmare ritardi applicativi e uniformare comportamenti spesso disomogenei tra uffici e società controllate. Nel mirino finiscono soprattutto gli ambiti più esposti: appalti sotto soglia, procedure negoziate e incarichi fiduciari, storicamente terreno fertile per contenziosi e sospetti. La direttiva introduce controlli incrociati più stringenti, obblighi di motivazione rafforzata e verifiche preventive sui requisiti dei soggetti coinvolti.
Particolare attenzione viene riservata anche alle assunzioni, per evitare scorciatoie, favoritismi o interpretazioni elastiche delle norme. Le amministrazioni dovranno garantire criteri trasparenti e tracciabili, con l’indicazione puntuale dei fabbisogni e delle modalità di selezione, riducendo al minimo il ricorso a procedure discrezionali.
Sul piano politico, il provvedimento si inserisce in una fase delicata, segnata da tensioni sulle nomine e da un più ampio processo di riorganizzazione della macchina regionale. Il richiamo a una legge già esistente è anche un messaggio implicito: gli strumenti ci sono, ma finora non sempre sono stati applicati fino in fondo. La partita, ora, si gioca tutta sull’attuazione. Perché senza controlli effettivi e responsabilità chiare, anche la migliore direttiva rischia di restare carta. E la sfida per la Regione è dimostrare che il cambio di passo, questa volta, è reale.









