Non sarebbero riconducibili ai boss Eugenio Palermiti, 71enne capo clan dell’omonimo gruppo mafioso del quartiere Japigia, e al figlio 50enne Giovanni i beni confiscati un anno fa su disposizione del Tribunale di Bari.
La Corte d’Appello del capoluogo pugliese ha revocato quasi tutte le confische disposte un anno fa dal Tribunale, ritenendo che quei beni – una villa abusiva, un fondo rustico, un centro estetico e un salone da parrucchiere, tutti a Japigia – non fossero riconducibili al clan e, in particolare, ai due Palermiti.
I beni, infatti, sono formalmente intestati a terzi – che secondo la Dda di Bari ne erano intestatari fittizi – i quali hanno dimostrato la reale proprietà e gestione dei beni.
La Corte ha confermato la confisca di circa 64mila euro direttamente riconducibili a Giovanni Palermiti e una polizza assicurativa intestata alla moglie.
Alcuni di questi beni, la villa abusiva in via Caldarola che secondo l’accusa il boss Palermiti «utilizzava anche per incontri riservati con membri del clan mafioso» e il centro estetico Biblo Sun a Japigia, sono stati poi confiscati anche nell’ambito del procedimento penale “Codice Interno” sul presunto intreccio tra mafia e politica a Bari, che si è concluso nei mesi scorsi in primo grado con 103 condanne.
Il boss Eugenio Palermiti e suo figlio Giovanni sono stati condannati rispettivamente a 11 anni e a 10 anni di reclusione. Nello stesso processo, celebrato con rito abbreviato, è stato condannato a 9 anni di reclusione l’ex consigliere regionale pugliese Giacomo Olivieri accusato di scambio elettorale politico mafioso.
Nel provvedimento di revoca delle confische, la Corte accogliendo le testi dei difensori, tra cui Cristian Di Giusto, Giuseppe Mari, Nicola Quaranta, in alcuni casi evidenzia l’assenza di contatti tra gli intestatari dei beni con i Palermiti o loro familiari, «non essendo provata neppure una semplice conoscenza o collegamento di qualsiasi natura». In altri passaggi spiega che «le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia», poste a fondamento di parte delle ricostruzioni accusatorie sulla riconducibilità dei beni ai vertici del clan, «non sono idonee a costituire prova adeguata, non potendosi escludere che abbiano riferito voci correnti».









