Una legge nata per dare stabilità e governabilità al Paese rischia di riportare in vita il peggio della Prima Repubblica: maggioranze fragili, alleanze di convenienza, trattative estenuanti e governi decisi più nei palazzi che nelle urne. È il paradosso dello Stabilicum, la nuova legge elettorale che promette di blindare gli esecutivi ma, in almeno due scenari, potrebbe produrre l’effetto opposto.
Tutto ruota attorno alla soglia del 42%, decisiva per far scattare il premio di maggioranza. Basta mancarla, anche per pochi decimali, per riaprire la partita degli equilibri parlamentari e lasciare alle trattative del dopo voto il compito di costruire una maggioranza.
Due gli scenari più delicati. Il primo: nessuno schieramento raggiunge il 42% e scatta la distribuzione proporzionale dei seggi. Il secondo: centrodestra e centrosinistra prevalgono rispettivamente alla Camera e al Senato, rendendo difficile la formazione di una maggioranza omogenea. In entrambi i casi tornerebbe centrale il ruolo del Quirinale, chiamato a individuare una soluzione capace di ottenere la fiducia di entrambe le Camere. E potrebbero saltare anche le indicazioni sul candidato premier. In caso di stallo potrebbero rientrare in gioco nomi rimasti fuori dalla sfida diretta per Palazzo Chigi.
Nel centrosinistra, ad esempio, il governatore pugliese Antonio Decaro e la sindaca di Genova Silvia Salis, personalità che potrebbero essere prese in considerazione per una mediazione politica. Ma la ricerca di un’intesa potrebbe coinvolgere anche esponenti del centrodestra o figure tecniche, come accaduto in passato con Mario Draghi e Mario Monti. Scenari del tutto ipotetici, che evidenziano una questione politica: il risultato delle urne potrebbe non bastare a individuare il futuro presidente del Consiglio. Intanto in Puglia è già partita la corsa ai posti in lista.
Nel centrodestra puntano alla riconferma gli uscenti Marcello Gemmato, Filippo Melchiorre, Mauro D’Attis e Roberto Marti. Scalpita anche una pattuglia di consiglieri regionali: Paolo Pagliaro, Renato Perrini e Paride Mazzotta. Nel barese circolano i nomi di Domenico Damascelli e Laura De Marzo. Nel Salento, tra i meloniani, si fanno avanti Saverio Congedo e Antonio Gabellone, mentre nella Lega resta aperta la partita tra Salvatore Di Mattina e il sindaco di Nardò Pippi Mellone.
Nel campo largo la competizione non è meno serrata. Nel Pd Francesco Boccia appare destinato a un ruolo di primo piano nelle liste, mentre alla Camera prende quota l’ipotesi di candidatura dell’ex governatore Michele Emiliano. In partita anche Marco Lacarra e Lucia Parchitelli. A rendere ancora più affollata la corsa sono le aspirazioni degli assessori regionali Francesco Paolicelli, Donato Pentassuglia e Raffaele Piemontese. Nel leccese riflettori accesi su Loredana Capone e Claudio Stefanazzi. Nel Movimento Cinque Stelle pesa il nodo dei mandati per gli uscenti Leonardo Donno e Mario Turco, mentre tra i possibili nuovi candidati circola il nome di Nicola Grasso. Alleanza Verdi e Sinistra potrebbe puntare su Nico Bavaro. Futuro Nazionale guarda invece al deputato ex leghista Rossano Sasso.
E mentre i partiti preparano le liste, sulla legge si apre l’offensiva giudiziaria. Oltre trecento ricorrenti, sostenuti da una rete di 99 avvocati, contestano la costituzionalità della riforma. Tra i firmatari Romano Prodi, Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema, Luciano Canfora e Gianrico Carofiglio. Roberto Zaccaria, coordinatore della Rete per un voto libero e uguale, denuncia una legge «gravemente incostituzionale» e punta a ottenere una pronuncia della Consulta prima delle elezioni. Lo Stabilicum si ritrova così stretto tra la battaglia giudiziaria e quella per le candidature. Con un paradosso politico: i partiti si contendono già i seggi, ma nessuno può sapere se il voto consegnerà davvero una maggioranza. E una legge pensata per garantire la governabilità potrebbe finire per riportare il potere decisionale nelle segreterie dei partiti, anziché nelle urne.
