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Bari, Banti alla Laterza: «Il nazionalismo muta linguaggio ma utilizza i suoi antichi simboli» – L’INTERVISTA

In occasione dell’uscita del suo “L’invenzione della nazione”, lo storico e docente dell’Università di Pisa dialogherà con Viroli

Bari, Banti alla Laterza: «Il nazionalismo muta linguaggio ma utilizza i suoi antichi simboli» – L’INTERVISTA
Alberto Mario Banti

Questa sera, alle 18.30, la Libreria Laterza ospita «Nazionalisti o patrioti?», un dialogo tra Alberto Mario Banti e Maurizio Viroli per l’uscita di «L’invenzione della nazione» (Laterza) dello stesso Banti. Due storici, due letture di un tema cruciale: per Banti la patria è inseparabile dall’architettura simbolica del nazionalismo; per Viroli esiste invece un patriottismo repubblicano fondato sulla libertà. Banti, docente all’Università di Pisa e accademico dei Lincei, ne ripercorre le radici dal Risorgimento a oggi.

Lei ricostruisce la nazione come un’invenzione politica e culturale. Anche democrazia e diritti sono costruzioni storiche. Il problema non è tanto che la nazione sia stata inventata, quanto il modo in cui questa invenzione viene utilizzata?

«Tutti i concetti politici sono inventati, sono costruzioni concettuali: non c’è niente di naturale. Il punto, nel caso del nazionalismo, è la forza impressionante del sistema simbolico che è stato costruito. Tocca i fatti primari dell’esistenza: nascere, morire, amare, odiare, e dà risposte a domande che strutturano la coscienza. Poche ideologie hanno un impianto simile. Inoltre, i simboli del nazionalismo non vengono creati dal nulla: sono presi da altre tradizioni e trasferiti nello spazio politico. L’esempio più evidente è il martirio cristiano. Trasferito nella politica, diventa comprensibile e nobilita la causa. È questa capacità di convincimento a spiegare la straordinaria resilienza del nazionalismo».

Un tempo erano romanzi, melodrammi e pittura a diffondere quell’immaginario. Oggi, nell’epoca dei social network, cambiano soltanto i mezzi o anche i meccanismi che costruiscono l’appartenenza politica?

«I mezzi di comunicazione cambiano l’orizzonte. Dubito che oggi un romanzo storico abbia l’impatto di allora, anche se narrazione e intrattenimento restano importanti. I leader neo-nazionalisti costruiscono la propria narrazione soprattutto sulle piattaforme social. Se osserviamo come comunicano Salvini, Marine Le Pen, Meloni, Vannacci o Alice Weidel, ritroviamo molte delle figurazioni classiche del nazionalismo. Mi ha sorpreso anche Macron, che non è nazionalista: il 13 luglio scorso, rivolgendosi all’esercito, ha parlato del dovere d’essere pronti a morire per la nazione, per la patria. È una figura classica che riemerge, anche sotto la pressione delle retoriche nazionaliste. Oggi la narrazione procede per frammenti, ma i simboli restano gli stessi».

Nel libro osserva che Ciampi e Napolitano, rilanciando i simboli patriottici, ne hanno involontariamente facilitato il recupero da parte delle destre. È possibile distinguere il patriottismo democratico, caro a Viroli, dal nazionalismo esclusivo?

«Da storico, non conosco casi in cui una proposta di patriottismo democratico si sia davvero affermata. Ogni volta che si usa il termine patria si rientra nello spazio simbolico del nazional-patriottismo, perché dall’inizio dell’Ottocento quel concetto è stato assorbito dal nazionalismo. Riemergono il sacrificio, il martirio, gli inni bellicisti. Nel caso di Ciampi mi ha colpito che sia ringraziato nelle Tesi di Trieste di Fratelli d’Italia per aver rilanciato simboli e rituali caduti nell’ombra. Non metto in dubbio i sentimenti democratici di Ciampi e Viroli, che fu suo collaboratore; ma quell’operazione ha aperto strade che non erano state previste. Forse un giorno qualcuno riuscirà a costruire un patriottismo democratico. Intanto mi chiedo: perché usare “patria” anziché “Repubblica” o “democrazia”, se la prima parola richiama con sé tutto quel sistema simbolico?»

Se l’appartenenza fondata sul sangue e sulla discendenza ha radici tanto profonde, possiamo immaginare una comunità nazionale costruita sulla partecipazione civica e sulla Costituzione?

«Sì. Se prendiamo come riferimento i principi fondamentali della Costituzione italiana, troviamo un quadro etico molto chiaro: un sentimento intenso di affezione alla Costituzione può fondare una comunità aperta, non chiusa nel sangue, nella discendenza e nelle tradizioni. Però, quando vedo la Festa della Repubblica celebrata con una parata militare, resto perplesso: l’articolo 11 ripudia la guerra. Bisognerebbe riscrivere la grammatica delle nostre feste e dei simboli collettivi. A luglio la Commissione Affari costituzionali del Senato mi ha ascoltato sulla proposta di inserire l’Inno di Mameli nell’articolo 12 della Costituzione, accanto al Tricolore. Ho fatto notare che nell’inno, testo ottocentesco, non ritrovo i principi fondamentali della Costituzione. Da storico non sono favorevole né contrario: decida la politica. Ma, se vogliamo un’altra idea di comunità, occorre anche un altro linguaggio».

L’europeismo, scrive, non ha mai saputo costruire una narrazione potente quanto quella nazionale. Può nascere un’identità europea senza riprodurre i meccanismi di esclusione che hanno segnato il nazionalismo?

«Tutto è possibile, ma al momento non ne vedo le premesse. Non saprei indicare una narrazione capace di spiegare che cosa sia il popolo europeo. E l’Unione ha un’architettura istituzionale estremamente farraginosa, lontana dal meccanismo di sovranità al quale siamo abituati: elettori, Parlamento, governo. Talvolta chiedo ai miei studenti di spiegare come funziona: è una domanda difficile, perché è un sistema poco intuitivo. Come si costruisce qualcosa di seducente su una narrazione che non esiste o su istituzioni nate dal complicatissimo compromesso del Trattato di Lisbona, che quasi nessuno conosce adeguatamente? La storia insegna a non escludere nulla, ma oggi non ne vedo le condizioni».