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Ruggero de I Timidi sbarca in Puglia: «Per essere me stesso devo restare fuori moda» – L’INTERVISTA

Dalla collaborazione con Giuseppe Cruciani alla costruzione di un universo scenico che mescola musica, cabaret e improvvisazione, Ruggero de I Timidi continua a muoversi fuori dalle traiettorie più prevedibili dello spettacolo italiano. Ieri si è esibito al Demodè di Modugno con «Shyland 2026», uno spettacolo che rilegge il proprio repertorio in chiave dance senza rinunciare…
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Dalla collaborazione con Giuseppe Cruciani alla costruzione di un universo scenico che mescola musica, cabaret e improvvisazione, Ruggero de I Timidi continua a muoversi fuori dalle traiettorie più prevedibili dello spettacolo italiano. Ieri si è esibito al Demodè di Modugno con «Shyland 2026», uno spettacolo che rilegge il proprio repertorio in chiave dance senza rinunciare a quell’ironia malinconica che è diventata la sua cifra. Una posizione controcorrente, rivendicata con lucidità.

Ha un rapporto ormai consolidato con la Puglia. Ha qualche ricordo particolare delle ultime volte che è stato qui?

«Abbiamo fatto una doppia data a Bari, al Teatro Forma. Poi siamo stati anche al Team a novembre con il tour della Zanzara di Cruciani, dove ho cantato».

Com’è iniziata la collaborazione con Giuseppe Cruciani?

«È nata su Twitter, quando ancora si chiamava così. Mi ha contattato e da lì è partita una collaborazione, ma anche un’amicizia. Vado sempre volentieri da lui, anche se rispetto agli altri ospiti sembro quasi un boy scout, perché sono più timido».

Fuori dal contesto radiofonico, che impressione le ha fatto?

«È molto più pacato. Quando è in diretta, o durante il tour, sta performando, un po’ come faccio io sul palco. L’atteggiamento è caricato, ma è anche inevitabile: gestire ore di diretta ti mette in una sorta di trance agonistica che non puoi mantenere tutto il giorno. Nella vita è una persona molto tranquilla».

Qual è, secondo lei, la chiave del successo della Zanzara?

«Ci sono diverse sfumature. Sicuramente riesce a catalizzare l’attenzione su temi di attualità, ma anche sulle performance degli ospiti. È una sorta di circo che però vuole essere anche uno spaccato della realtà italiana, anche se sopra le righe. Cruciani cerca sempre punti di vista non canonici, ed è per questo che è inevitabilmente divisivo».

Arriviamo a «Shyland 2026»: si sente più vicino al cabaret o allo spettacolo musicale?

«Il cabaret ha già una sua connotazione musicale. L’unione di queste due forme ha reso possibile la nascita di Ruggero: non potrei fare solo cabaret, né solo canzoni. Voglio creare a 360 gradi, una sorta di varietà moderno».

Questo nuovo spettacolo però segna anche una svolta.

«Una serata revival: non anni ’80 o ’90, ma degli anni di Ruggero. Ho riarrangiato tutti i miei pezzi in chiave dance. È un format che sulla carta era difficile da spiegare, ma dal vivo funziona: la gente sta cominciando a capirlo».

Come lo racconterebbe a chi non l’ha mai visto?

«Si passa da Gigi D’Agostino ai Daft Punk, fino a riletture particolari, come “Padre e figlio” cantata come fosse Sal Da Vinci. C’è anche “Perdere l’amore” in versione disco anni ’70, quasi ABBA. È un megamix di un’ora e mezza, da ballare e cantare».

Quanto spazio c’è per l’improvvisazione nei suoi spettacoli?

«Ho bisogno di una scaletta definita, soprattutto in questo caso, perché tutto è riarrangiato elettronicamente. A teatro invece c’è più spazio. Una volta Maurizio Milani mi disse che il cabaret è come il jazz: hai un’impostazione e poi puoi muoverti. Se no diventa teatro, e non è quello che faccio. Mi piace anche essere un po’ cialtrone: è lì che nascono le cose inaspettate. Ogni serata è diversa, anche se la scaletta resta».

Il rapporto con il suo pubblico è centrale.

«Ogni esibizione si chiude con ovazioni e applausi, indipendentemente dai numeri. Il pubblico sente di dover sostenere Ruggero, che si crede un grande cantante, anche se dice di essere un grande cantante interregionale. Un fan ha scritto che sembra di passare una serata in famiglia: è esattamente quello che voglio. Io e mia moglie siamo una sorta di agriturismo dello spettacolo».

Qual è il messaggio più curioso che ha ricevuto da un fan?

«Una professionista mi ha invitato a casa sua per “squirtarmi addosso”, come premio per la mia carriera, senza secondi fini. Io ovviamente ho detto che ne avrei parlato in famiglia. Spoiler: non ci sono mai andato. Ma ricevo anche messaggi molto affettuosi, persone che si sono conosciute ai miei concerti, che si sono sposate, che portano i figli appena nati. Questo mi inorgoglisce».

Nel panorama musicale italiano il suo stile appare controcorrente. Si è mai sentito fuori contesto?

«Costantemente. Ruggero nasce già fuori contesto: nel 2013 era vintage, si rifaceva agli anni ’60, ma con temi attuali. E facevo cabaret quando andava la stand-up. Peggio di così non potevo iniziare. Ma per essere Ruggero devo restare fuori moda, controcorrente in senso autarchico: faccio tutto da solo, in modo volutamente amatoriale. È una cifra che voglio mantenere».

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