Domenico Martimucci è stato una vittima innocente di una «ritorsione mafiosa». È quanto afferma la gup di Bari Antonella Cafagna nelle motivazioni della sentenza con cui, il 9 febbraio scorso, ha condannato Nicola Centonze e Nicola Laquale, rispettivamente, a 20 e 8 anni di reclusione per omicidio volontario, tentato omicidio plurimo e detenzione di esplosivo, reati contestati a vario titolo e con l’aggravante mafiosa, in merito all’attentato esplosivo commesso nel locale Green Table di Altamura il 5 marzo del 2015, che costò la vita a Domenico Martimucci, giovane calciatore dilettante, conosciuto come “piccolo Zidane”.
«L’esplosione – scrive la giudice – ha mietuto vittime del tutto estranee alla contesa criminale che ne costituiva il movente: Domenico Martimucci, ventiquattrenne senza alcun legame con gli ambienti della criminalità organizzata, trovava la morte per le gravissime lesioni riportate, dopo mesi di agonia, mentre altre sette persone subivano ferite anche con postumi permanenti, ugualmente inconsapevoli di trovarsi nel mezzo di una ritorsione mafiosa». La vicenda è «connotata di sicura eccezionale gravità», prosegue la gup: si è trattato di un gesto «plateale» per intimidire «l’intera comunità».
Secondo la Dda di Bari, Centonze sarebbe stato l’intermediario tra mandante ed esecutori dell’attentato, mentre Laquale è considerato l’uomo che avrebbe fornito l’esplosivo. I due imputati sono stati condannati anche a risarcire le parti civili costituite, Regione Puglia, Comune di Altamura e i familiari di Martimucci, assistiti dall’avvocato Donato Carlucci.
«A queste devastanti conseguenze – si legge nella sentenza – si aggiunge la platealità dell’azione, deliberatamente concepita come messaggio pubblico di intimidazione nei confronti dell’intera comunità altamurana: la scelta di un ordigno ad alto potenziale, collocato in un locale frequentato nel cuore della città, non rispondeva solo all’esigenza di danneggiare un concorrente nel controllo del gioco d’azzardo, ma era funzionale ad affermare, con la massima evidenza possibile, la perdurante capacità offensiva del clan Dambrosio e la sua pretesa di egemonia sul territorio». La gup conclude: «La morte di un giovane innocente e il ferimento di altri avventori ignari sono il prezzo pagato da soggetti estranei a quella contesa per una dimostrazione di forza criminale che nulla aveva a che fare con le loro vite».
Per la stessa vicenda sono stati già condannati in via definitiva dalla Cassazione il mandante dell’attentato, il boss Mario D’Ambrosio (30 anni di reclusione), l’esecutore materiale Savino Berardi (20 anni) e uno dei complici, Luciano Forte (18 anni).









