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Ridurre i “viaggi della speranza”, la Regione Puglia avvia i negoziati con Veneto e Basilicata

Gli accordi dovranno stabilire volumi, modalità di compensazione economica e strumenti di controllo, distinguendo necessario ed evitabile

Ridurre i “viaggi della speranza”, la Regione Puglia avvia i negoziati con Veneto e Basilicata
Medici e infermieri in una corsia d’ospedale (foto di repertorio)

La sanità pugliese prova a chiudere i rubinetti della mobilità passiva, una delle voci che pesano di più sul buco da 349 milioni di euro del 2025.

Non si tratta di limitare la libertà dei cittadini di curarsi altrove, ma di ridurre le prestazioni che potrebbero essere garantite in Puglia. È questo l’obiettivo dei negoziati avviati ieri in video conferenza dalla Regione Puglia tenuti dall’assessore alla salute Donato Pentassuglia con i vertici regionali di Veneto e Basilicata per definire gli accordi bilaterali sui flussi sanitari. Il nodo è economico e organizzativo.

La Puglia lo scorso anno ha pagato 330 milioni di euro per i viaggi della speranza dei pazienti pugliesi altrove, mentre dalle altre regioni ne ha incassati 145 milioni con un saldo negativo di 185 milioni. Il Veneto, in dettaglio ha assorbito 27 milioni dalla nostra regione mentre la Basilicata ha versato alle casse della sanità pugliese circa 50 milioni.

Gli accordi dovranno stabilire volumi, modalità di compensazione economica e strumenti di controllo, distinguendo la mobilità necessaria da quella evitabile, individuata dal Ministero della Salute con Agenas. Le regioni, in particolare, puntano ad ottenere un tetto specifico attraverso il quale distinguere le prestazioni ad alta complessità (ad esempio il tumore al cervello) sulle quali non si possono effettuare tagli, da quelle di routine, ad esempio gli interventi per dimagrare, la protesi d’anca o quella vertebrale.

L’obiettivo finale, dunque, è contenere le prestazioni che il sistema pugliese sarebbe già in grado di assicurare. Resta però un ostacolo normativo: conciliare i volumi concordati con i tetti di spesa imposti alle strutture private accreditate dal decreto del 2012. La Regione ha chiesto un parere formale ai ministeri della Salute e dell’Economia.

Dopo Veneto e Basilicata, il confronto proseguirà con Lazio, Campania, Emilia-Romagna e Lombardia. Ma la sfida va oltre gli accordi contabili: ridurre la mobilità passiva significa recuperare risorse e soprattutto rendere più accessibili le cure in Puglia. Senza un rafforzamento dell’offerta sanitaria, il rischio è che gli accordi regolino i pagamenti senza fermare la fuga dei pazienti.