Domenico Mortellaro, barese, classe 1979, criminologo e sociologo. Ha pubblicato diversi libri sulla mafia pugliese.
Oggi la Puglia vive una stagione di turismo intenso che sembra aver portato ricchezza e benessere. Che stagione vive in questo contesto la criminalità pugliese?
«Per anni abbiamo raccontato la grande bugia dell’Apulia Felix, della Puglia locomotiva del Sud. Ma le cose non stavano proprio così. La nostra regione è stata sempre oggetto di interesse, per esempio, delle ‘ndrine, le cellule fondamentali della ‘Ndrangheta. Negli anni Ottanta nacque la Sacra Corona Unita con una linea di potere che tagliava in due, trasversalmente, la Puglia all’altezza di Monopoli-Ostuni: da una parte i clan brindisini e leccesi, dall’altra quelli baresi e foggiani. Così, se a Sud della Puglia è rimasta una forma di criminalità a cupola e se a Foggia, Cerignola, Manfredonia si sono imposti i clan e le mafie garganiche, Bari ha avuto fin da subito uno status speciale grazie al suo alto numero di malavitosi, tutti autonomi. Alla fine nel capoluogo è stata replicata una organizzazione simile alla Camorra napoletana, che si può definire Camorra barese, con un boss tipo Savino Parisi: non il classico don, ma un personaggio carismatico che protegge il quartiere e svolge il ruolo di welfare sostituendosi allo Stato, offrendo anche lavoro e assistenza. La città non ha mai voluto vedere ciò che stava accadendo, pensi che nella storia di Bari di Laterza, su mille pagine solo 9 sono dedicate alla mafia. Il resto lo hanno fatto le speculazioni edilizie».
In che senso?
«Lo sviluppo della città su tre direttrici ha creato i quartieri ghetto come il Cep, ora chiamato San Paolo: 30mila persone all’epoca “espulse” dal centro e lasciate senza servizi e senza infrastrutture; lo stesso Japigia e poi Enziteto, un progetto dell’architetto Arturo Cucciolla che sulla carta vinse molti premi, ma fu stravolto nella fase attuativa, trasformando il quartiere in un altro ghetto. A quel punto, da una scissione dei Capriati, nacque lo scontro Capriati-Strisciuglio. Questi ultimi imposero il modello di mafia McDonald’s, un franchising composto da batterie criminali alle quali veniva imposto di acquistare droga e rivenderla a prezzo concordato in cambio della protezione del clan. Una organizzazione così perfetta che è impossibile non pensare che un pezzo consistente della borghesia delle professioni di questa città abbia flirtato con questo mondo».
Qual è la situazione oggi?
«Un magma indistinto. Negli ultimi 4 anni la magistratuta ha azzerato tutte le principali cabine di regia della città. La terza generazione è composta da giovanissimi che si occupano per lo più dello spaccio nella movida. Ragazzini cresciuti con miti distorti e senza una formazione reale. Durante il covid i clan hanno pompato una grande quantità di denaro nelle attività commerciali in difficoltà, ma si sono anche resi conto del fatto che si poteva fare a meno delle piazze di spaccio andando a offrire la droga a domicilio dal cliente, ossia davanti ai locali di tendenza».
Nelle altre province?
«Nel Foggiano il clan dei Montanari fa soldi con il turismo garganico, ma ha anche messo a sistema un caporalato che controlla le economie criminali che si sviluppano nei ghetti agricoli. La provincia Bat, orfana del boss Annacondia, direttamente collegato a Cosa Nostra siciliana, ha visto la nascita di reati predatori come il furto d’auto gestito attraverso canali Telegram e una rete organizzatissima che chiude la filiera smontando i pezzi in zona e facendo scomparire perfino i telai; insieme si sta sviluppando il fenomeno dei sequestri lampo a danno di professionisti e imprenditori che hanno in casa troppo nero. In Salento ci sono grandi operazioni di riciclaggio con vettori calabresi e campani; insieme c’’è il business dei parchi energia solare. Taranto è città in agonia e insieme a lei è morta anche la sua mafia. Si è sviluppata così una forma feroce di disagio che ha ha portato alcuni ragazzini a uccidere quasi per gioco il bracciante maliano Bakari Sako».
