Nella serie di approfondimenti sul tema della cittadinanza attiva, incontriamo Guido Memo, direttore della rivista culturale e politica Non per profitto, dedicata allo sviluppo del Terzo settore e ai legami sociali. Nato a Milano nel 1949, ha partecipato in gioventù al movimento studentesco, iscrivendosi nel 1972 al Pci, dove si è occupato di formazione politica. Ha poi collaborato con il «Centro per la riforma dello stato» presieduto da Pietro Ingrao e diretto da Giuseppe Cotturri, docente e attivista a cui il mese scorso è stato dedicato un seminario all’università di Bari che ha visto la presenza di Memo con una relazione. Dal 1996 è in Puglia dove ha contribuito all’istituzione dei «Centri servizi al volontariato» e da allora ha continuato ad occuparsi di formazione di quadri del Terso settore e di costruzione di processi di crescita democratica e di economia solidale nella nostra regione.
Lei ha spesso insistito sull’idea che il Terzo settore non sia soltanto un ambito di servizi o di supplenza al welfare pubblico, ma anche un soggetto di cultura politica. In che rapporto questa cultura politica è in rapporto con quella dei partiti?
«Parto da una premessa: sono stato a lungo responsabile delle attività di formazione politica nel Pci milanese e lombardo, tanti anni fa, tenendo lezioni anche e soprattutto in organizzazioni di base. Lo dico per ricordare che intorno all’impegno politico e ai partiti ruotavano un tempo numerose istituzioni di studio e ricerca, dibattito culturale, non di carattere ideologico, che per la maggior parte sono state tutte chiuse quarant’anni fa. Oggi nei, o vicino, ai partiti non esiste un sistema di ricerca e formativo organizzato, cosa che in parte spiega la crisi della democrazia rappresentativa oggi. Passata quell’epoca ho svolto diversi lavori di ricerca, formazione, promozione della cittadinanza attiva. Quanto al Terzo settore, certamente si tratta di un soggetto della cultura e ancor più dell’azione politica, soprattutto quando è ricco dell’impegno di tanti volontari. Certo, un impegno politico diverso da quello dei partiti: le diverse associazioni che un tempo non esistevano e che si occupano oggi di ambiente, di migranti che chiedono asilo o vengono salvati in mare, di sanità o tutela dei diritti, legalità, di beni comuni e altro, fanno anch’esse politica. Si chiama democrazia partecipativa».
Quando si parla di Sud, il dibattito pubblico oscilla spesso tra emergenza, ritardo e richiesta di risorse. In che modo la società civile organizzata può aiutare a costruire un nuovo racconto del Mezzogiorno, meno assistenzialistico e più fondato sulle energie dei territori?
«Il Terzo settore, il non profit che persegue gli interessi generali, è protagonista di un diverso meridionalismo, qualcosa di simile alla riforma agraria del 1950, puntando ad innescare una crescita imprenditoriale locale, con in più una battaglia per i diritti e la legalità, un “capitale sociale” necessario allo sviluppo. La questione meridionale fu affrontata dopo la riforma del ’50 con due politiche connesse: un intervento pubblico tecnocratico calato dall’alto basato sull’industria di base, cattedrali nel deserto rivelatesi poi inquinanti come a Taranto, e una politica sociale povera e assistenzialista. Questo non ha favorito uno sviluppo autonomo e sostenibile e ha lasciato spazio a clientele, a vecchie e nuove mafie, contro le quali tante realtà del Terzo settore sono impegnate. Può esistere un diverso meridionalismo, non subalterno, basato sui diritti previsti dalla Costituzione».
Il volontariato e le associazioni sono spesso i primi presìdi nei contesti più fragili: periferie urbane, aree interne, territori segnati da povertà educativa o sfiducia istituzionale. Ma come si passa dalla testimonianza alla capacità reale di incidere sulle politiche pubbliche?
«È vero, i servizi erogati dalle Organizzazioni di volontariato (Odv) e da tante Coopsociali hanno costi minimi. Per le Odv sono le sole spese vive per attrezzature che non richiedono delibere istituzionali. Questo permette alle Odv di proporre e aprire nella comunità nuove strade, di occuparsi di persone o problemi che le istituzioni trascurano o non vogliono considerare, finché queste, sotto la pressione dell’opinione pubblica, le fanno proprie: anche questa è una maniera di fare politica. Così è avvenuto in questi anni: la maggior parte delle politiche innovative sono partire da azioni concrete della società civile organizzata in tanti campi, non dai partiti. È quella che abbiamo chiamato cittadinanza attiva, ma non possiamo nasconderci che questa democrazia partecipativa ha bisogno di un raccordo con la democrazia rappresentativa che va molto rafforzato».
Lei ha lavorato molto sul tema della partecipazione dei cittadini attivi anche in «contesti ostili». Quali sono oggi gli ostacoli principali alla partecipazione nel Mezzogiorno: la debolezza delle istituzioni, la frammentazione del Terzo settore, la sfiducia dei cittadini o altro ancora?
«Contrariamente a quanto siamo portati a pensare, se è vero il valore innovativo del volontariato accennato prima, l’innovazione più importante alla fine è il governo con i cittadini, non per i cittadini: la collaborazione cittadini-istituzioni nel proporre e attuare le politiche è il futuro della governabilità. A questo innesto tra democrazia rappresentativa e partecipativa, i partiti hanno risposto negando spazi e richiudendosi nel fortino istituzionale, sorreggendosi a leggi maggioritarie, e non a caso la partecipazione elettorale si è dimezzata. Occorrono riforme costituzionali e normative, come proponeva Peppino Cotturri, che in parte riuscì a realizzare con l’articolo 118 quarto comma della Costituzione, ma anche riforme dei partiti, e su questo lo stesso Cotturri proponeva una riscrittura dell’articolo 49 della Costituzione. Quanto al Mezzogiorno, quando il Trentino Alto Adige, che ha gli indici più alti di volontariato, ha a disposizione per la spesa sociale risorse finanziarie pro capite venti volte più alte della Calabria, non si può che concludere su quanto sia complicato fare le nozze con i fichi secchi».
Se dovesse indicare una priorità per i prossimi anni, quale sarebbe? Rafforzare le reti del Terzo settore, formare nuove classi dirigenti civiche, costruire alleanze con le istituzioni o restituire ai cittadini la fiducia che partecipare possa davvero cambiare qualcosa?
«Per l’Italia servono innanzitutto riforme che non costano e che mobilitino gli italiani intorno a quel progetto di pace tra i popoli e giustizia sociale che è nella Costituzione, che prevede “il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti”, come recita in modo esplicito l’articolo 3. Migliorare in questo senso la Costituzione non è un tabù: lo è invece peggiorarla come ci hanno chiesto per tre volte diverse maggioranze di partito negli ultimi vent’anni, a cui i cittadini hanno detto no, mobilitati anche da comitati di cittadini attivi non di partito. In questo progetto-processo, Mezzogiorno e Terzo settore hanno un ruolo centrale. Il Mezzogiorno perché è al centro di quello snodo di civiltà che è il Mediterraneo, in un futuro di pace tra Sud, Oriente e Occidente, che non a caso qualcuno vuole che non ci sia. Il Terzo settore al Sud è cresciuto circa il doppio che nel resto d’Italia negli ultimi trent’anni, anche se non ha raggiunto il Nord: non poteva, ma ha dato segno di forte vitalità. Serve ora una strategia all’altezza dei tempi lunghi della storia».
