Non chiamatelo taglio ai fondi. Per Bruxelles è una semplice opportunità. Per il Mezzogiorno rischia invece di trasformarsi nell’ennesima battaglia per difendere risorse considerate vitali per colmare ritardi storici. La nuova polemica sui fondi di coesione si riaccende attorno alla proposta avanzata dal vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto, che apre alla possibilità di destinare parte delle risorse europee ancora non impegnate al contrasto del caro energia e alle nuove emergenze economiche. Una mossa che da Bruxelles viene descritta come una naturale prosecuzione del percorso già avviato.
Fitto rivendica il successo dell’operazione che ha portato a riorientare 35 miliardi di euro verso priorità ritenute più urgenti e assicura che non vi sarà alcuna imposizione dall’alto. Le Regioni, sostiene il vicepresidente della Commissione, resteranno libere di decidere. Nessuna sottrazione di fondi, nessun definanziamento, ma semplicemente un ampliamento delle possibilità di spesa. La lettera inviata ai presidenti delle Regioni europee punta infatti ad allargare il perimetro degli investimenti finanziabili. Oltre agli interventi già previsti, potranno trovare spazio misure per contenere il peso delle bollette su famiglie e imprese, interventi di efficientamento energetico di scuole, musei e impianti sportivi, investimenti nelle energie rinnovabili e nelle infrastrutture energetiche.
Non solo. Bruxelles apre anche alla possibilità di utilizzare le risorse per affrontare la crisi dei fertilizzanti, finanziando impianti per il trattamento delle acque reflue, il recupero di fosforo e azoto, la produzione di concimi biologici e il sostegno alle imprese del settore. Ma proprio qui nasce il sospetto di molte Regioni del Sud. Perché se sulla carta la rimodulazione è volontaria, nella pratica il timore è che le nuove priorità europee finiscano per drenare risorse originariamente destinate a infrastrutture, sviluppo industriale, occupazione e servizi. Specie in territori come la Puglia, che da anni utilizzano i fondi di coesione come leva principale per compensare ritardi infrastrutturali e carenze strutturali. A dare voce alle critiche è il M5S con il vicepresidente nazionale, Mario Turco, che parla di rischio «bancomat» per coprire emergenze senza reperire risorse aggiuntive. Dietro la formula della rimodulazione volontaria si nasconderebbe, infatti, il rischio di pressioni sulle Regioni e un progressivo depotenziamento degli investimenti destinati al Sud.
Nei mesi scorsi la Puglia ha già dovuto fare i conti con la revisione dei programmi finanziati dai fondi europei e con la sospensione di incentivi alle imprese a causa dell’elevato numero di domande pervenute. Ora l’ipotesi di una riprogrammazione riapre interrogativi e diffidenze. Il punto resta uno: Bruxelles parla di flessibilità, il Sud teme un arretramento. Fitto assicura che nessun euro verrà sottratto ai territori. Le opposizioni chiedono invece garanzie scritte affinché le risorse restino integralmente vincolate allo sviluppo delle aree più deboli
