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Distretti rurali per superare le fragilità delle aree interne, c’è il “right to stay” proposto da Fitto

La piena partecipazione di cittadini e imprese al mercato unico europeo garantendo prima di tutto la possibilità di restare nei territori

Distretti rurali per superare le fragilità delle aree interne, c’è il “right to stay” proposto da Fitto

La partita non si gioca solo sulla quantità delle risorse, ma sulla capacità di trasformarle in sviluppo. Perché nei territori, più lontani dai grandi centri, restare non dovrebbe essere una rinuncia, ma una scelta. Sono questi i presupposti recentemente illustrati dal commissario europeo Raffaele Fitto che ha risposto alle sollecitazione relative proprio all’utilizzo dei fondi. Le risorse ci sono, ma raggiungono davvero i territori che ne hanno più bisogno? Fitto ha risposto indicando una strada precisa: superare le politiche “verticali” e costruire una strategia integrata tra agricoltura, turismo, trasporti, infrastrutture e servizi.

Gli sviluppi

Il tema riguarda da vicino il Mezzogiorno. In Italia sono oltre 3.800 i Comuni classificati come aree interne, con oltre 13 milioni di residenti. Il 67% si trova nel Sud e nelle Isole. In Puglia, le aree interne contribuiscono a ottenere una serie di fondi e agevolazioni che non possono essere trascurati, ma che spesso non «tornano» sui territori interessati. Al Mezzogiorno sono destinati circa 16,9 miliardi di euro del Pnrr, il 56% delle risorse riconducibili alle aree interne.

Numeri importanti, ma che non cancellano un paradosso: proprio i territori più fragili sono spesso quelli che incontrano maggiori difficoltà nel trasformare i finanziamenti in opere e servizi. Secondo OpenPnrr, nelle aree interne sono stati individuati circa 175mila progetti, per 31,4 miliardi di euro complessivi, di cui 21,9 miliardi finanziati dal Pnrr. Il 70% dei progetti risulta concluso, ma per le opere pubbliche la quota scende al 10%.

La burocrazia

La capacità amministrativa diventa così decisiva. I Comuni con strutture più efficienti progettano e spendono più rapidamente; quelli più fragili rischiano di accumulare ritardi. Il pericolo è che un piano nato per ridurre i divari finisca per accentuarne alcuni.

È una questione particolarmente importante nel Sud, dove allo spopolamento e all’invecchiamento si aggiungono carenze nei servizi, nelle infrastrutture e nella connettività. Ma le aree interne hanno potenzialità: agricoltura, turismo, patrimonio culturale, agroalimentare ed energie rinnovabili possono diventare leve di sviluppo.

Un esempio significativo arriva dai Monti Dauni, nel nord della Puglia. Qui la condizione di area interna non può essere letta soltanto come distanza dai grandi centri. La sfida è trasformare la marginalità in una possibilità di sviluppo, creando condizioni perché imprese e giovani possano scegliere di restare. Strade efficienti, connessioni digitali, servizi sanitari e scolastici, trasporti e sostegno alle imprese agricole sono parti dello stesso progetto. È la «risposta di sistema» richiamata da Fitto.

Le applicazioni

L’agricoltura può avere un ruolo strategico. Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, ha sottolineato la possibilità di costruire nelle aree interne distretti agricoli e industriali competitivi sui mercati internazionali, a condizione di avere infrastrutture adeguate. Gli agricoltori sono inoltre un presidio essenziale per la manutenzione del territorio.

Fitto ha annunciato per la fine del 2026 o i primi mesi del 2027 la strategia europea sul «right to stay», il diritto a rimanere, con l’obiettivo di garantire anche ai cittadini delle aree interne piena partecipazione al mercato unico. Ma il diritto a restare non può essere soltanto uno slogan. Deve tradursi in lavoro, servizi, infrastrutture e opportunità. I Monti Dauni possono diventare un laboratorio: se gli investimenti collegheranno agricoltura, turismo, ambiente, digitale e imprese, la periferia potrà trasformarsi in risorsa. Altrimenti il rischio è che i miliardi stanziati non bastino a fermare lo spopolamento.