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“Il bullo”, Caprarica: «Trump ha aggravato la crisi dell’Occidente rendendola catastrofica» – L’INTERVISTA

Il giornalista racconta il secondo mandato del presidente americano come un punto di rottura: «Ha spezzato la solidarietà transatlantica»

“Il bullo”, Caprarica: «Trump ha aggravato la crisi dell’Occidente rendendola catastrofica» – L’INTERVISTA

Antonio Caprarica porta oggi a Trepuzzi il suo ultimo libro, “Il bullo. Come Donald Trump ha distrutto l’Occidente” (Piemme). L’appuntamento è alle 19.30 in piazza Municipio per «Leggere per vivere», la rassegna che quest’anno celebra la decima edizione. Il giornalista e scrittore dialogherà con Ilaria Pellegrino, dopo i saluti del sindaco Giuseppe Taurino e del consigliere comunale delegato alle Politiche culturali Giacomo Fronzi. Nel libro Caprarica attraversa il secondo mandato di Donald Trump per interrogare non soltanto la trasformazione degli Stati Uniti, ma la crisi di quell’idea politica e culturale di Occidente che per ottant’anni ha avuto nell’America il proprio centro.

Lei sostiene che Trump abbia «distrutto l’Occidente», ma riconosce che declino americano, disuguaglianze e crisi della leadership vengono da lontano. Trump è la causa o la manifestazione di qualcosa che esisteva già?

«È il catalizzatore della crisi. Gli elementi c’erano già tutti: innanzitutto l’impoverimento della classe media, in America come nel resto dell’Occidente. Sono gli stessi fattori che favoriscono ovunque il trionfo delle destre populiste: perdita del potere d’acquisto, perdita dello status sociale e una crisi economica alla quale viene offerta una risposta semplice, indicando un nemico interno, l’immigrato. È anche il perno dell’America First. Trump non ha inventato questa crisi, ma la risposta che propone la aggrava e la rende catastrofica: distrugge i valori della solidarietà, risuscita il nazionalismo, erige muri e interrompe i commerci. A una crisi simile bisognerebbe rispondere rinsaldando i vincoli di solidarietà e le regole del diritto; qui invece si risponde con la forza e con la legge del più forte.»

E allora la «shining city» americana è mai esistita davvero o era una costruzione mitologica, più nobile dell’America reale?

«La shining city non è mai esistita: ma era un obiettivo, probabilmente un miraggio. La Rochefoucauld diceva che l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù. L’autodeterminazione dei popoli, l’indipendenza nazionale, la libertà: i valori proclamati dall’America sono stati regolarmente calpestati quando entravano in gioco i suoi interessi nazionali. Però continuavano a essere declamati e l’opinione pubblica americana riconosceva che la propria leadership stava violando i principi costitutivi della Repubblica. Con Trump il paradigma si rovescia: con la scusa di combattere il politicamente corretto si affermano la liceità della violenza, la regola del più forte e l’abbandono del rispetto del diritto degli individui e dei popoli. Questa diventa la norma. Ed è la fine dell’Occidente per come lo abbiamo conosciuto».

Lei descrive Trump come un leader capace non soltanto di mentire, ma di costruire una realtà alternativa. Che cosa può fare il giornalismo quando dimostrare che un’affermazione è falsa non basta più a delegittimarla?

«È una questione cruciale non soltanto per il giornalismo, ma per i nostri sistemi democratici. Una notizia, secondo la celebre massima di Lord Northcliffe, fondatore del Daily Mail, è ciò che il potere non vuole che si sappia: qui sta l’essenza del giornalismo come cane da guardia del potere. Le autocrazie, invece, concepiscono l’informazione come un anello della catena di comando. A questo si aggiungono i social, senza i quali nemmeno Trump sarebbe riuscito a conquistare la Casa Bianca: hanno contribuito a costruire un mondo fantastico nel quale milioni di persone si riconoscono. La realtà non esiste più nel mondo di Trump, esiste la fantasia della sua propaganda. Viene così meno un principio fondamentale della democrazia, l’accountability: la responsabilità delle proprie azioni.»

Basta allora che i giornalisti continuino a verificare i fatti e a tenere, come si dice, la schiena dritta?

«Dobbiamo tenere la schiena dritta e continuare a fare il nostro mestiere, che non è mai cambiato: verificare la verità di una notizia e di un fatto. Ma non si può pretendere che i singoli giornalisti facciano gli eroi, soprattutto quando una parte crescente dell’informazione viaggia sui social, dove la verifica è pressoché inesistente. Occorre una mobilitazione della società: il legislatore deve fare la propria parte, per esempio tutelando i minori nell’accesso ai social, e deve farla la scuola, insegnando ai ragazzi a distinguere una notizia accertata da una favola. Senza una rieducazione complessiva siamo perduti. La democrazia non è soltanto esercizio del voto: richiede un dibattito pubblico informato e istituzioni di garanzia realmente funzionanti, dalla stampa libera alla magistratura indipendente».

Lei ricostruisce il viaggio di Trump a Mosca nel 1987, i capitali russi, la Trump Tower Moscow e la sua singolare indulgenza verso Putin. Ma riconosce che la prova di un ricatto non esiste. Dove finisce la documentazione e dove comincia l’interpretazione?

«Non so se ci sia un ricatto, forse non ce n’è affatto bisogno. Esiste una tale assonanza di ambizioni, idee e atteggiamenti fra i due uomini che Trump non ha bisogno di essere né ricattato né comprato. La sua ambizione è riprodurre in America quel sistema di comando che Putin ha reintrodotto in Russia dopo la breve stagione di libertà di Eltsin. Un pari britannico lo ha detto molto bene alla Camera dei Lord: «Non so se Trump sia pagato o ricattato, so soltanto che non potrebbe fare di meglio per rendere felice Putin». Ha spezzato quella solidarietà transatlantica che per ottant’anni è stata alla base dell’ordine mondiale e guarda l’Europa con gli stessi occhi di Putin, come un continente residuale e irrilevante. Trump aspira a essere Putin, anche se per fortuna gli anticorpi della democrazia americana finora glielo hanno impedito. Ma sono evidenti i tentativi di indebolire la magistratura, sottomettere il potere legislativo e limitare il potere critico del giornalismo. Un presidente americano dovrebbe reagire alle autocrazie di Putin e Xi Jinping difendendo radicalmente le diversità democratiche dell’Occidente. Trump, invece, manifesta verso di loro simpatia e rispetto».