La parola che Bungaro pronuncia più spesso durante questa conversazione non è musica. Non è successo. Non è nemmeno canzone. È anima. L’anima che deve essere pronta per incontrare Chico Buarque. L’anima che riconosce gli artisti autentici. L’anima che, dopo quattro anni e mezzo, decide che è arrivato il momento di tornare con un nuovo disco. “Fuoco Sacro” è il titolo di questo ritorno.
Un album abitato da incontri importanti, amicizie vere e collaborazioni che sembrano capitoli di una stessa storia. Da Jovanotti a Paolo Fresu, dai Morelenbaum a Omar Sosa, Bungaro ha costruito una cartina sentimentale, una mappa che attraversa il Brasile, il Salento, la nostalgia e il desiderio senza mai perdere la direzione.
Bungaro, ha chiamato questo disco «Fuoco Sacro». Mi sono chiesto se sia un titolo pieno di fede o pieno di paura.
«Più che fede è fedeltà. Essere fedeli a quel fuoco che ci viene dato da piccoli. Io l’ho tenuto sempre acceso, l’ho incendiato quando era il momento di farlo. Questo titolo è arrivato prima ancora del disco. Mi piaceva l’idea di responsabilizzare tutto il viaggio con un titolo così importante. Perché è il fuoco di tutti: dei desideri, dei sogni, di ciò che ci fa attraversare salite e discese, gioie e dolori. Quando arrivi dall’altra parte compatto e sano, allora capisci davvero che cosa significa quel fuoco sacro. Non è mai andato via, ma oggi è un fuoco consapevole. Un fuoco che sai gestire, che puoi accendere al momento giusto. Credo sia questo il senso del disco».
Ascoltando queste canzoni viene spontaneo pensare che le collaborazioni non siano casuali. Sembrano i punti di una mappa.
«Ha usato la parola giusta: una mappa. Ho scritto tante canzoni, alcune magari anche più belle di quelle finite nel disco, ma le ho lasciate andare. Io non riciclo mai nulla. Ho costruito una mappa di artisti importanti per me, persone che stimo e ascolto quando sono a casa, quando leggo un libro o sto in giardino. Prima era una mappa immaginata sulla carta. Poi è diventata reale. Ogni canzone trovava naturalmente il suo interlocutore. Con Lorenzo (Jovanotti, ndr) abbiamo scritto insieme. Con gli altri è stato un processo diverso, ma nulla è stato strategico. Tutto è nato dal sentimento. E c’è una cosa che mi rende orgoglioso: nessuno di loro ha preso un centesimo. Hanno amato il progetto. È stata un’operazione spontanea, vera».
Com’è stato lavorare con Jovanotti?
«Lorenzo è una persona sempre in movimento, piena di cose da fare. Però è stato molto generoso. Io volevo portarlo nel mio giardino, nella mia terra. Gli dicevo: voglio fare una danza salentina, voglio portarti nel mio mondo. All’inizio ho guidato io, poi lui ha inserito una marcia incredibile. Si sente nella canzone, nel rincorrerci con le parole. È qualcosa di potente, non di incollato. E oggi, se manca quella verità, si sente subito. Vale con Lorenzo, vale con Chico Buarque, vale con tutti quelli che hanno partecipato al disco».
E sul piano umano? Che rapporto avete?
«La verità è che non ci frequentiamo. Però c’è una stima reciproca molto forte. Anni fa, di mia spontanea volontà, presi L’ombelico del mondo e la trasformai senza dirgli niente. Non ci conoscevamo nemmeno. Lui poi pubblicò un post bellissimo sui social. Da lì abbiamo iniziato a scriverci. Ci siamo sempre detti che prima o poi avremmo fatto qualcosa insieme. Ma doveva essere pronta la mia anima per affrontare tutta questa tappa».
In «Tempo Presente» canta con Chico Buarque. Lei ha definito quell’incontro uno dei più importanti della sua vita. Che persona ha trovato?
«Un talento umano. Se pensa che è arrivato in studio un’ora prima del previsto, la risposta è già lì. Chico è una persona discreta, timida, ma tra noi è scattato subito un feeling incredibile. Quando è morta Ornella Vanoni gli ho scritto e gli ho proposto di dedicarle il brano. Ha accettato immediatamente. Ornella adorava Chico. A Rio è stato tutto naturale. Ho trascorso del tempo bellissimo anche con Jaques Morelenbaum e con Paula. Questa è gente che non la conquisti facilmente. O li rapisci davvero oppure non succede nulla. Sono artisti molto attenti. Sentono l’autenticità».
Lei era molto vicino a Ornella Vanoni. Che cosa le manca di lei?
«Con Ornella c’è stata una bellissima amicizia. Leale, trasparente, senza chiacchiere inutili. Dopo Sanremo 2018 abbiamo fatto un tour insieme e da lì siamo rimasti molto legati. Mi manca tantissimo perché con lei mi divertivo davvero. Se c’era qualcosa che non condividevo glielo dicevo apertamente e lei amava questa cosa. Ti metteva alla prova quando percepiva autenticità. Era una persona meravigliosa: generosa, colta, imprevedibile. Una voce pensante».
In una canzone scrive che gli animali vivono meglio degli esseri umani. Dopo una vita passata a osservare le persone, che cosa le ha fatto perdere più fiducia nell’umanità?
«L’umanità è contraddittoria. Io amo la coerenza. Essere coerenti nel bene e nel male. Avere il coraggio di essere felici. Per me la felicità non è una condizione perfetta. È saper stare dentro questa vita che ti sbatte continuamente da una parte all’altra. Nel disco si sente questa energia: gioia e dolore che si prendono per mano e diventano consapevolezza, diventano azione».
Sono passati quattro anni e mezzo dall’ultimo album di inediti. Stava aspettando qualcosa?
«Io aspetto la vita. Non vado mai a cercare le cose. Quando sento che è il momento giusto mi muovo. E mi muovo con l’anima, non tecnicamente. In questi anni ho fatto teatro, cortometraggi, ho scritto molto. La mia creatività non si ferma mai. Ma se non ci fosse stata un’idea forte, sarei rimasto fermo anche altri dieci anni. Non serve fare un disco tanto per farlo. Serve avere qualcosa da dire. E il pubblico questo lo capisce. Il pubblico che ama la musica non lo freghi. O ti castiga oppure ti solleva».
Lei è sempre rimasto fedele alla sua identità. Oggi è diventato più difficile?
«Ognuno deve fare ciò che sente. Però io credo che la musica abbia bisogno di un tempo lungo. Le canzoni non possono vivere cinque mesi e poi sparire. Io ho prodotto questo disco prima ancora di portarlo alla Warner. Ho consegnato un giocattolo di legno già costruito. Questo mi permette di sentirmi un cane sciolto, pur avendo alle spalle una squadra seria. Alla fine, però, quando sali sul palco dipende tutto da te. Dalla tua credibilità. Da quello che proponi. Non puoi nasconderti dietro nessuno».
Chi è Bungaro oggi?
«Oggi Bungaro è guidato da Antonio (il suo nome di battesimo, ndr). È Antonio che prende le decisioni per Bungaro. Bungaro è il cognome di mia madre. Lo porto con orgoglio perché ho voluto onorare mio nonno, che mi ha salvato attraverso la musica. Mi portava sempre in giro, mi ha insegnato il potere dell’amore. Oggi Bungaro assomiglia molto ad Antonio. Mi riconosco nel bene e nel male. Ci vuole tempo per risolversi, ma oggi sto bene con me stesso».
