La coperta è troppo corta. E il buco, da 369 milioni di euro, non si chiude. Nemmeno spremendo fino all’ultimo capitolo di bilancio. Nelle stanze della Regione, la sensazione è ormai condivisa: trovare una copertura entro fine aprile, senza colpire servizi già ridotti all’osso, è un’impresa quasi impossibile. Il presidente della Regione, Antonio Decaro, è chiamato a presentare ai ministeri dell’Economia e della Salute un piano credibile di rientro.
Ma le leve tradizionali non bastano più. Tagliare significherebbe intervenire su sanità, welfare e trasporti. Aumentare le tasse, invece, non risolve il problema nell’immediato: l’eventuale rialzo dell’addizionale Irpef, che potrebbe essere approvato adesso, produrrebbe effetti solo dal 2027. È in questo cortocircuito che prende forma, nei corridoi romani e baresi, una soluzione tecnica già sperimentata negli anni della crisi finanziaria: il «commissariamento soft».
Uno schema che consente al Governo di nominare commissario lo stesso presidente della Regione, trasformando di fatto Decaro da decisore politico a esecutore di un piano vincolato. Il passaggio non è solo formale. Da commissario, Decaro avrebbe poteri rafforzati e potrebbe intervenire in deroga alle procedure ordinarie, soprattutto sul fronte fiscale. Il punto chiave è proprio qui: la possibilità di rendere immediatamente efficaci gli aumenti dell’Irpef sull’intero anno fiscale, anticipandone gli effetti già nelle dichiarazioni del 2026. Una leva che, nella gestione ordinaria, non sarebbe praticabile con la stessa rapidità.Tradotto: la Regione non riuscendo a coprire il buco con strumenti ordinari, delega a se stessa – ma in veste commissariale – il compito di chiuderlo con misure più rapide e incisive. E, soprattutto, senza passare dal confronto politico in aula.
È l’ultimo spazio di manovra: decidere come distribuire il peso tra contribuenti, imprese e tagli di spesa. Ma è una finestra stretta e temporanea. Perché se entro fine maggio il piano non regge o non viene validato, lo scenario cambia radicalmente. A quel punto lo Stato può nominare un commissario ad acta esterno, con pieni poteri sostitutivi. E lì la politica esce definitivamente di scena. Le regole diventano automatiche: aliquote fiscali al massimo senza modulazioni, blocco della spesa, stop alle assunzioni, tagli lineari e riorganizzazione della rete ospedaliera.
La sanità regionale passerebbe di fatto sotto il controllo diretto di Roma, con un obiettivo prioritario: rientrare dal deficit, anche a costo di comprimere servizi. Sul piano politico, l’ipotesi del commissariamento è già terreno di scontro. I consiglieri regionali di Fratelli d’Italia attaccano: «Né commissariamento né aumento dell’Irpef. Non possono essere i cittadini a pagare un buco da 369 milioni creato da anni di malgoverno». E puntano il dito contro il centrosinistra: «Un sistema costruito negli anni che ha trasformato la sanità in un serbatoio di consenso».
L’affondo è diretto: «Decaro e l’assessore Donato Pentassuglia non possono chiamarsi fuori: erano parte di quel sistema. Ora trovino una soluzione senza scaricare il costo sui pugliesi». E la proposta alternativa è altrettanto netta: «Mutui, tagli alle partecipate e stop agli sprechi, non nuove tasse né commissariamento». Ma al di là dello scontro politico, il dato resta: il tempo è quasi scaduto.









