Home » Puglia » Bakari Sako, Koblan Amissah (Festa dei popoli): «Non solo dolore. Rimettiamo al centro la persona» – L’INTERVISTA

Bakari Sako, Koblan Amissah (Festa dei popoli): «Non solo dolore. Rimettiamo al centro la persona» – L’INTERVISTA

Bakari Sako, Koblan Amissah (Festa dei popoli): «Non solo dolore. Rimettiamo al centro la persona» – L’INTERVISTA

La Marcia dei Popoli precede quest’anno la Festa dei Popoli con il peso di una ferita recente. Alla vigilia della ventiduesima edizione della manifestazione interculturale promossa da Abusuan, in programma dal 22 al 24 maggio al Giardino Princigalli a Bari, l’assassinio a Taranto di Bakari Sako, bracciante originario del Mali, ha imposto un segno di lutto e di responsabilità civile.

Già durante la conferenza stampa è stato osservato un minuto di silenzio, mentre un nuovo momento di raccoglimento è previsto durante la festa. Il prologo sarà la Marcia dei Popoli, giovedì 21 maggio, con raduno alle 18.30 in piazza Umberto I e arrivo a Parco Rossani, dove il corteo si concluderà con il concerto dei Mascarimirì. In strada ci saranno associazioni, comunità, scuole, istituzioni civili e realtà ecclesiali, dall’Arcidiocesi di Bari-Bitonto ai Missionari Comboniani, da Migrantes alla Caritas. Il tema scelto per il 2026, «GermogliAzioni», guarda soprattutto ai giovani e alla possibilità di trasformare il dialogo interculturale in partecipazione concreta. Ne parliamo con Koblan Amissah, referente Abusuan per la direzione artistica e culturale della Festa dei Popoli.

L’assassinio di Bakari Sako a Taranto come ha cambiato il senso della festa?

«C’è stato uno sconforto enorme, una grande tristezza. Non ci voleva. Per noi era inevitabile prendere coscienza di quello che è accaduto. Durante la conferenza stampa abbiamo osservato un minuto di silenzio per Bakari Sako e lo rifaremo anche durante la festa, al parco. Stiamo invitando gli amici del Mali perché vogliamo rivolgere un pensiero al nostro confratello. Lo ricorderemo in vari appuntamenti e anche nella preghiera, durante la messa dell’arcivescovo di Bari-Bitonto con i preti stranieri. Però non dobbiamo perdere l’orizzonte di questa iniziativa. Non dobbiamo farci prendere dallo sconforto: dobbiamo farci coraggio e andare avanti».

Che cosa può fare una manifestazione culturale per trasformare dolore e indignazione in coscienza civile?

«La cosa è semplice, anche se può sembrare banale: bisogna rimettere al centro l’essere umano. Troppo spesso le persone diventano numeri. Ogni volta che accade qualcosa, si finisce per colpevolizzare il migrante, come se tutto dipendesse da chi si sposta da un Paese all’altro. La storia, invece, è sempre stata fatta anche da popoli in movimento. Le regole valgono per tutti e vanno rispettate, ma non si può continuare a soffiare sul fuoco, facendo coincidere lo straniero o l’uomo di colore con tutto ciò che è negativo. Questa narrazione può far sentire qualcuno quasi autorizzato a colpire il diverso. Una festa come la nostra serve a dire che possiamo avere tratti somatici, storie e culture differenti, ma prima di tutto siamo esseri umani».

Alla Marcia dei Popoli sarà presente anche la Chiesa, con l’arcivescovo e molte realtà ecclesiali. Quale ruolo può avere nel ricucire paure e diffidenze?

«Non caricherei solo sulla Chiesa la responsabilità del rispetto delle differenze. Nel nostro territorio la Chiesa locale, sul piano sociale, è già molto impegnata. Sposa l’idea della Festa dei Popoli, ma non lo fa dall’alto: si accosta a noi, lavora con noi, si mette in discussione. La progettiamo e la realizziamo insieme. È già tanto, anzi tantissimo. Sarebbe importante che questo atteggiamento fosse più diffuso, anche nella politica. La Chiesa prova a tenere unito il tessuto sociale, pur con le sue difficoltà. A volte anche io faccio notare che certe cose potrebbero essere fatte diversamente, ma il punto è che c’è un cammino comune».

Che cosa dovrebbe fare di più la politica?

«Mi viene in mente una frase di don Vito Diana, fondatore della Caritas diocesana di Bari-Bitonto, un grande uomo. Diceva che puoi anche impegnarti a riempire la pancia delle persone, ma se non le aiuti a far riconoscere la loro dignità, il problema resta. Alla politica direi questo: togliete dal discorso pubblico la narrazione costruita solo per prendere voti. Parliamo della dignità delle persone. Se davvero pensate che l’integrazione sia necessaria, non potete viaggiare su due binari separati: da una parte chiedere rispetto delle regole, dall’altra alimentare rappresentazioni false dello straniero. C’è anche una grande contraddizione: queste persone vanno bene quando assistono gli anziani, quando accudiscono i figli, quando svolgono lavori indispensabili. Il loro ruolo sociale è reale, concreto, ma spesso viene nascosto. Se continuiamo a descrivere lo straniero come un problema, qualcuno finirà per pensare che il proprio disagio dipenda da lui. È così che il pregiudizio può diventare violenza».

Il tema di quest’anno è «GermogliAzioni» e guarda molto ai giovani. Dopo quanto accaduto a Taranto, come si educano i ragazzi alla diversità prima che il razzismo diventi violenza?

«Bisogna portare alla conoscenza ciò che è reale, senza complicazioni inutili. Serve l’incontro faccia a faccia, l’incontro in cui le persone si parlano davvero, senza pregiudizi. Il problema è che siamo continuamente esposti a narrazioni negative sugli immigrati: in televisione, sui giornali, sui social. Tra i ragazzi circolano frasi e immagini piene di pregiudizi. Noi partiremo a breve con un progetto che si chiama “Alza la Voce”, proprio per lavorare su media e pregiudizi. Non basta fare un laboratorio a scuola, se poi fuori i ragazzi ritrovano sempre la stessa rappresentazione negativa. Anche nei film, per esempio, la donna straniera è spesso solo la badante. Sono segnali che producono conseguenze. Alla fine qualcuno può arrivare a pensare che un uomo di colore in bicicletta non sia una persona, ma un bersaglio. Per questo dobbiamo continuare a offrire conoscenza e a ripetere che stiamo parlando di persone. Se non facciamo questo, tutto il resto servirà a poco».