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“America dentro”, Massimo Gaggi: «Il Paese che abbiamo amato è lacerato e incattivito» – L’INTERVISTA

“America dentro”, Massimo Gaggi: «Il Paese che abbiamo amato è lacerato e incattivito» – L’INTERVISTA

Dopo l’incontro di ieri alla Libreria Laterza di Bari, Massimo Gaggi e Tamara Jadrejcic arrivano oggi a Lecce per presentare “America dentro. Storie, volti, conflitti di un Paese in bilico”, pubblicato da Laterza. L’appuntamento è alle 19.30, nel Museo della Stampa del Convitto Palmieri, per «Nel Frattempo – Conversazioni sul futuro», con ingresso libero.

Editorialista del Corriere della Sera, già vicedirettore e per vent’anni corrispondente dagli Stati Uniti, Gaggi firma con la moglie Jadrejcic un viaggio nell’America delle fratture sociali, della rabbia politica, delle diseguaglianze e della crisi democratica: un Paese ancora potentissimo nell’immaginario globale, ma sempre più incerto sulla propria identità.

Nel libro parlate di una «vita americana» durata vent’anni. Quando avete capito che l’America che avevate amato stava diventando un Paese diverso?

«La consapevolezza è maturata in due momenti. Il primo dopo la crisi finanziaria del 2008 e l’elezione di Obama. Ci fu una grande speranza: un presidente multietnico sembrava poter superare antiche fratture. Ma dopo la crisi crebbero disillusione e rabbia contro finanza, competenti, politica, accademia e giornalismo. La promessa di Obama non si realizzò e la sua presidenza fu usata dalla destra radicale per alimentare una nuova ostilità verso le minoranze. Il secondo momento è arrivato dopo il Covid. Nei viaggi fuori dalle grandi città delle coste abbiamo trovato un Paese molto più radicalizzato. A New York o in California la mascherina era considerata naturale; in Minnesota o in South Dakota poteva diventare quasi una dichiarazione politica».

La frattura tra America urbana e rurale è ancora una divisione politica o è diventata una separazione antropologica?

«Parlare di separazione antropologica può sembrare forte, ma in alcune aree è fondato. Penso all’Appalachia, una regione bianca, impoverita, spesso lontanissima dalla cultura delle grandi città e dal loro multiculturalismo. In molti territori rurali non ci sono consistenti comunità nere o ispaniche e questo accentua la distanza. La frattura, quindi, è politica ma anche culturale e sociale. Lo si vede nella contrapposizione tra le coste democratiche e molte aree interne, ma anche dentro gli Stati conservatori: il Texas è repubblicano, eppure Houston, San Antonio e Austin votano democratico; nella Georgia conservatrice, Atlanta è un’isola democratica».

Trump viene descritto come il meteorite che disintegra il vecchio Partito repubblicano. Qual è stato l’errore più grande nel sottovalutarlo?

«Non si è capito che esisteva una vasta America bianca, conservatrice, impoverita e arrabbiata, i cosiddetti forgotten men, che non si riconosceva più né nell’establishment repubblicano né nel Partito democratico. Trump ha avuto la capacità camaleontica di presentarsi come referente credibile per quei dimenticati, pur essendo un miliardario. Ci è riuscito grazie alla sua forza mediatica, costruita con The Apprentice, e alla capacità di usare televisione, stampa e social media. Ha giocato la carta dell’estraneità a Washington e a Wall Street, anche se in realtà da immobiliarista aveva fatto affari proprio attraverso rapporti con la politica locale, soprattutto a New York».

Scrivete che molti americani evitano ormai il confronto anche con persone vicine. La crisi della democrazia comincia nelle istituzioni o nelle conversazioni quotidiane che non si fanno più?

«Il peggioramento del clima sociale pesa moltissimo. La difficoltà di dialogare, anche tra persone dello stesso orientamento politico, ha alimentato l’imbarbarimento del linguaggio pubblico. Ma gli ostacoli più concreti alla democrazia stanno negli atti compiuti da Trump. Nel primo mandato non riuscì a scardinare molti meccanismi, anche perché era inesperto e circondato da conservatori ancora rispettosi delle istituzioni. Nel secondo mandato, invece, è arrivato molto più preparato, anche grazie al Project 2025 e al sostegno di intellettuali della destra radicale e leader tecnologici convinti che la democrazia liberale sia un esperimento fallito. Quando Trump si rappresenta con corona e scettro, quando sostiene di avere poteri illimitati, mette in discussione la democrazia rappresentativa. Lo ha fatto riducendo l’autonomia di istituzioni come la Federal Reserve e scavalcando il Congresso con centinaia di ordini esecutivi».

Definite questo libro un «romanzo dell’America». Che cosa può raccontare un reportage che dati e analisi politiche non riescono a vedere?

«Abbiamo provato ad andare oltre il saggio politologico, costruendo un libro ibrido: reportage, luoghi, persone, storie. Questo permette di capire come l’America sia cambiata anche nel rapporto con l’Europa. Quarant’anni fa era ancora un Paese di figli e nipoti di immigrati europei, legati al Vecchio continente. Oggi quei legami si sono indeboliti: l’America è più multietnica e anche la componente bianca è ormai alla terza o quarta generazione. L’Europa viene spesso vista come un museo, meno dinamico e meno aggressivo economicamente. Eppure gli americani sanno che in Europa si vive complessivamente meglio, anche se ci considerano privilegiati e un po’ adagiati. Il reportage ci ha consentito poi di incontrare figure che i dati non restituiscono: intellettuali suprematisti bianchi, un avvocato del Ku Klux Klan, persone convinte che la diversità etnica non sia una ricchezza ma un freno per il Paese. Oppure storie come quella delle migliaia di persone che ogni anno svaniscono in Alaska, inseguendo un’ultima frontiera forse inesistente. È lì che si vede lo spaesamento profondo dell’America, la sua solitudine, la perdita di comunità e di radici».