È seduto su una poltrona vinaccia, sotto una lampada che illumina appena le pagine. In cucina la figlia Caterina lava i piatti. L’acqua scorre, i bicchieri tintinnano, tutto sembra al suo posto. Ma qualcosa, lentamente, si incrina. Perché mentre Giovanni legge quel libro di 135 pagine, la realtà comincia a scivolare dentro la storia. O forse è il contrario.
È da questa scena domestica, apparentemente innocua, che Cristò apre Sull’orizzonte degli eventi (Terrarossa Edizioni, in libreria dal 17 marzo), un romanzo breve che usa la narrativa come una lente deformante. Il dispositivo è semplice: un uomo legge un libro, e mentre lo legge la sua percezione del mondo cambia.
Le frasi del testo filtrano nei ricordi, i ricordi si contaminano con la finzione, e il lettore – proprio come Giovanni – smette lentamente di distinguere dove finisca la storia e dove cominci la vita.
Libri dentro i libri
Cristò si inserisce così in una tradizione letteraria precisa: quella dei libri che parlano di altri libri. Da Cervantes, dove Don Chisciotte diventa ciò che legge, fino ai labirinti narrativi di Borges e al gioco obliquo di Calvino in Se una notte d’inverno un viaggiatore, la letteratura ha spesso trasformato l’atto della lettura in un dispositivo narrativo. Ma qui il movimento è più sottile: non è la letteratura che invade la realtà, è la memoria stessa che comincia a comportarsi come una finzione. Il titolo viene dalla fisica dei buchi neri. L’orizzonte degli eventi è la soglia oltre la quale nulla può più tornare indietro, nemmeno la luce.
Nel romanzo di Cristò quella soglia coincide con la memoria: il punto in cui i ricordi smettono di essere un archivio e diventano materia malleabile, ambigua, continuamente riscritta. Così la storia procede per piccoli slittamenti. Giovanni legge, si interrompe, osserva la stanza, torna alle pagine. Intanto il romanzo dentro il romanzo comincia a rispecchiarlo, poi a inghiottirlo. È un gioco di scatole cinesi che richiama la tradizione postmoderna – non a caso il libro è dedicato all’ombra di John Barth – ma che Cristò maneggia con una leggerezza ironica e malinconica.
La soglia della memoria
Sull’orizzonte degli eventi si diverte a essere un piccolo labirinto narrativo. In questo Cristò sembra dialogare ancora con Borges: la storia non procede in linea retta ma si ripiega su se stessa, come se il racconto fosse uno specchio che riflette un altro specchio. Perché sotto il dispositivo narrativo resta qualcosa di molto umano: un uomo anziano che cerca di tenere insieme la propria storia mentre tutto, lentamente, si sfalda.
A tratti il romanzo sfiora anche una vertigine quasi pirandelliana: l’idea che l’identità non sia un fatto stabile, ma una narrazione provvisoria che continuiamo a riscrivere. Cristò scrive con un tono mobile, fatto di deviazioni, ripetizioni, piccoli inciampi linguistici che trasformano la narrazione in un territorio instabile. Il lettore avanza sulla sabbia, finché sotto i piedi la sabbia cambia consistenza.
Quello che resta è una paura infantile: quella di uscire dal proprio racconto. Come se la vita potesse continuare a scorrere, ma senza più bisogno di noi al centro della pagina. Quando questo succede, non resta che continuare a leggere. Anche se, alla fine dei giochi, non è più del tutto chiaro chi stia leggendo chi.










