Ottavio Fatica è uno che ha passato la vita a stare tra più lingue, come su linee di confine. Ha tradotto Kipling, Melville, Céline, Tolkien – autori che non si lasciano attraversare senza lasciare segni. Con lui la traduzione non è mai stata un’operazione neutra. È qualcosa di fisico, quasi un combattimento. È essere un buon compagno.
Quando arriva a Philip Roth, questa tensione si alza. Operazione Shylock è un libro che non sta fermo: si sdoppia, si contraddice, mette in scena un’identità che non regge mai fino in fondo. Tradurlo significa accettare di stare lì, senza protezioni, mentre la voce cambia direzione.
È da questo punto che prende avvio la conversazione con Fatica – e da qui ripartirà anche dal vivo, domani alle 19.30, alla Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, insieme a Emmanuel Carrère e Rosa Polacco.
In «Operazione Shylock» Roth si sdoppia, si mette in scena. Traducendolo, ha avuto la sensazione che anche la sua voce si sdoppiasse?
«In realtà fa qualcosa di ancora più ambiguo. Lui si inventa un doppio che non è semplicemente un riflesso: è un altro che ha una vita propria, che fa scelte, che esiste davvero. Eppure è lui. Questa è la follia. Quando lo vede disteso nel suo letto, riconosce dettagli che sono suoi – le caviglie, il corpo – come se si guardasse attraverso gli occhi degli altri. È un gioco molto più sottile del semplice sdoppiamento».
Carrère lo ha definito un libro «infernale». È d’accordo?
«Non del tutto. O meglio: è infernale nel senso che contiene molte cose, anche l’inferno della storia, della Palestina, del processo Demjanjuk. Lo definirei un libro ambiguo, completamente, dall’inizio alla fine. Non ti lascia mai un punto fermo. Anche l’ultima riga è una trappola: “questa confessione è falsa”. Non sai se si riferisce a quella frase o a tutto il libro. Non ti dà mai scampo».
Roth cambia continuamente maschera. Tradurlo significa inseguirlo o smascherarlo?
«Io devo seguirlo. Quando fa parlare un antisemita gli fa dire cose terribili, ma le scrive benissimo. Quando fa parlare l’amico arabo, gli fa dire cose durissime contro Israele, ma anche lì con una forza e una verità che non puoi ignorare. Questa è la sua grandezza: lascia parlare tutti al meglio. Io devo rispettare questo. Non posso semplificare, né correggere. È anche un libro molto fisico, e insieme molto speculativo».
È questo che l’ha convinta a tradurlo?
«Sì. Comunica insieme comicità e tragedia, corporeità e metafisica. E poi c’è il coraggio. Un ebreo che, nel pieno della prima intifada, scrive certe cose sugli ebrei e su Israele. Non è uno scherzo. Si mette contro tutti. E lo fa al sedicesimo libro, quando è già famoso. Questo è un atto di forza enorme. Roth è uno scrittore che tiene insieme due cose che raramente stanno insieme nella narrativa americana: una dimensione quasi filosofica e una fisicità molto concreta. Viene da Newark, è un ragazzone americano, uno che potresti immaginare più sul campo da football che dentro un laboratorio letterario. Eppure ha una capacità speculativa che non è comune. Per me è il migliore della sua generazione».
Lei ha definito il traduttore una specie di fachiro. Il dolore fa parte del mestiere?
«C’è una sofferenza, sì. Come per un contorsionista. Ha un’abilità, certo, ma sente comunque tensioni, pressioni. Quando cerchi una soluzione, ti arrabbi, perdi il controllo. Poi all’improvviso arriva. Con la poesia è ancora più evidente: vedi le parole che si muovono, che cercano un’altra forma. A volte ci metti minuti, a volte mesi. Ma quando arriva, sai che è quella».
Lei rifiuta l’idea del traduttore invisibile.
«Il traduttore è complice dello scrittore. Una figura fondamentale. Senza traduzione non esisterebbe la cultura. Non solo trasmetti un testo: gli aggiungi una dimensione. È come se lo rendessi più potente. Io la prendo molto sul serio, anche se non sono un teorico. La teoria vede la foresta. Il traduttore entra nella foresta, inciampa, si perde, e poi esce dall’altra parte».
In un libro così instabile, cosa deve restare fermo nella traduzione?
«Se il libro sta in piedi in originale, deve stare in piedi anche nella traduzione. Se cade, è colpa tua. Non esiste una traduzione ideale, ma ci si può avvicinare».
C’è un punto in cui il traduttore rischia di perdersi durante il lavoro?
«Da lettore, da ragazzo, sì: ti immedesimi completamente. Ma da traduttore no. Piuttosto, ti resta addosso qualcosa. Una cadenza, un giro di frase. Ma succede anche agli scrittori. Roth stesso assorbe da Melville, da altri. È un continuo scambio».
Dopo mesi dentro la voce di Roth, cosa le resta?
«Tutti gli autori ti influenzano. Ti resta qualcosa addosso, anche senza accorgertene. Ma è normale. È così che la letteratura continua a vivere».










