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Dare un nome al dolore, in «Cara Alice» di Margherita Amodio il disturbo diventa racconto condiviso

Di ritorno dalla 63ª edizione della Bologna Children’s Book Fair, dove è stato presentato in prima nazionale, Cara Alice… non avere paura! di Margherita Amodio, con le illustrazioni di Nicole Ciannamea, approda stasera alle 18 alla Pinacoteca Corrado Giaquinto di Bari per l’incontro «Ci incontriamo attorno a un libro», promosso da SECOP di Peppino Piacente,…
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Di ritorno dalla 63ª edizione della Bologna Children’s Book Fair, dove è stato presentato in prima nazionale, Cara Alice… non avere paura! di Margherita Amodio, con le illustrazioni di Nicole Ciannamea, approda stasera alle 18 alla Pinacoteca Corrado Giaquinto di Bari per l’incontro «Ci incontriamo attorno a un libro», promosso da SECOP di Peppino Piacente, editore del volume nella collana «Ri-Anima» diretta da Enzo Quarto. Un debutto che mette subito al centro un tema delicato: la salute mentale in età adolescenziale.

Amodio, nata a Bari nel 2007 e diplomata al liceo Orazio Flacco, muove i primi passi nella scrittura con un testo che nasce chiaramente da un’urgenza espressiva. Accanto a lei, Ciannamea (Bari, 2003), formatasi in Francia all’École Émile Cohl di Lione e oggi a Bologna, accompagna il racconto con un linguaggio visivo sensibile, costruito sull’esplorazione dell’emotività e su una narrazione per immagini che rafforza il tono intimo del libro.

Voce interna

Il punto di partenza è: «Alice è in lotta, combatte contro qualcosa che non comprende». Il disagio non è descritto dall’esterno, ma attraverso la percezione della protagonista, che «pensa di essere sbagliata» e «non si sente capita». Il passaggio decisivo arriva subito dopo: il Pensiero Ossessivo diventa personaggio e prende la parola. «Mi chiamo P.O. (pensiero ossessivo) e il mio obbiettivo è quello di infastidire», dice, definendosi «un mostriciattolo nero e azzurro». È un modo semplice ma efficace per dare voce a ciò che è invisibile, a ciò che, pur interno all’anima della protagonista, ne diventa l’antagonista. Da qui il racconto procede per accumulo.

Il P.O. svaluta («non vali niente»), ordina, limita. A scuola, davanti a un gesto quotidiano, interviene: «Sei grossa, se la prendi ingrassi ancora di più». Poi impone rituali, come il controllo del peso, e soprattutto costruisce isolamento. Il punto non è il singolo pensiero, ma il potere che esercita. Alice finisce per credergli, per adattarsi, per tacere. In questa dinamica il libro trova la sua efficacia e rende comprensibile, senza tecnicismi, il funzionamento di un pensiero che non passa, ma resta e domina.

Intervento e cura

La rottura arriva dall’esterno. È una professoressa ad accorgersi del malessere, mentre Alice «piangeva silenziosamente in bagno». Da lì si attiva una rete: famiglia, psicologa, poi lo psichiatra. L’introduzione lo aveva già chiarito: «Lo psicologo o lo psichiatra non sono i medici dei “pazzi”, ma quelle persone che possono prendersi “cura” di noi». Il libro insiste su questo passaggio, rendendolo centrale. Non c’è uscita solitaria. Anche quando la terapia appare definita – «una pillola blu per far sparire l’ansia, una rossa per essere più felice, una gialla per spegnere i pensieri» – il percorso resta necessario, lungo, non lineare. Il momento più difficile coincide con il crollo: l’autolesionismo, il ricovero, la perdita di energie. Ma il finale evita ogni semplificazione.

Dopo mesi di lavoro, il P.O. non scompare: diventa «solo un sottofondo a cui non dare retta». È una scelta narrativa significativa, perché rinuncia alla guarigione totale e propone invece una forma di convivenza consapevole. La postfazione di Stella Daniele esplicita il quadro: il pensiero intrusivo «arriva senza essere invitato» e «più provi a scacciarlo più sembra diventare forte».

Il libro allora si definisce per quello che è: un racconto che vuole porsi come strumento di aiuto, come anche dimostra l’esercizio proposto nell’ultima pagina. Amodio lo dichiara: «Scrivo per eliminare la vergogna. Leggi per comprendere». In questa ricerca di una relazione diretta tra chi scrive e chi ci si augura lo legga, riconoscendosi nei problemi della protagonista, si colloca il senso più profondo del progetto. È un invito all’aiuto reciproco, ricordando che «nessuno si salva da solo».

Alice resta intrappolata finché tace, e comincia a cambiare quando il suo dolore viene visto e condiviso. In questo equilibrio tra semplicità e intenzione civile, Cara Alice… non avere paura! costruisce la propria misura di racconto breve, accessibile, che prova a trasformare una sofferenza invisibile in qualcosa che si può dire, e quindi, almeno in parte, affrontare.

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