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Vent’anni di Zanzara, Cruciani: «Non guardo a ieri. Volevano candidarmi a destra ma preferisco essere libero» – L’INTERVISTA

Davanti ci sono i palazzetti, una proposta sulla legittima difesa da scrivere con Giordano e una politica che continua a tentarlo senza convincerlo

Vent’anni di Zanzara, Cruciani: «Non guardo a ieri. Volevano candidarmi a destra ma preferisco essere libero» – L’INTERVISTA
Giuseppe Cruciani (a destra) e David Parenzo sul palco durante il tour 2025 de La Zanzara Show a teatro

Vent’anni di Zanzara, e Giuseppe Cruciani ha già archiviato la ricorrenza: «Gli anniversari servono a guardarsi indietro. Io guardo avanti». Davanti ci sono i palazzetti, una proposta sulla legittima difesa da scrivere con Mario Giordano e una politica che continua a tentarlo senza convincerlo a candidarsi. Alla sinistra, però, un consiglio lo dà: «De Luca sarebbe un candidato perfetto».

Cruciani, La Zanzara compie vent’anni e a novembre parte il tour. Che cosa rappresenta questo traguardo?

«Vent’anni sono semplicemente un numero. Non sono abituato a guardarmi indietro e di questo anniversario non mi importa granché. Le ricorrenze servono a ripercorrere il passato, io preferisco guardare avanti».

Nessuna nostalgia?

«No. E poi parliamo di un prodotto che si è trasformato continuamente e cambia ancora a ogni stagione. Solo formalmente sono vent’anni della Zanzara: da vent’anni esiste una trasmissione che porta questo nome, ma dentro sono successe tantissime cose. Ha avuto volti e fasi, il nome è solo l’involucro».

Che cosa troverà chi verrà a vedervi nei palazzetti?

«Verrà ad abbracciarci e a scontrarsi con noi. Troverà “sangue e merda”, come è abituato alla Zanzara. Una sorta di scenografia zanzaresca nella quale ciascuno potrà riconoscere qualcosa di ciò che ascolta alla radio».

All’inizio era una trasmissione politica. Poi sono arrivati i personaggi, il caos. Quando ha capito che l’Italia era al telefono?

«Anche questo è cambiato. Un tempo, per esprimersi pubblicamente, le persone alzavano il telefono, componevano un numero e cercavano di entrare in diretta. Noi abbiamo intercettato quel bisogno. Naturalmente non abbiamo inventato il dialogo con gli ascoltatori: esisteva nella radio americana e in altre emittenti. Però nessuno lasciava parlare le persone come facevamo noi. Oggi ci sono i social e intercettare chi ha voglia di telefonare è meno semplice. Le chiamate spontanee esistono ancora, per carità, ma non sono più la parte principale della trasmissione».

Lei provoca, Parenzo s’indigna. Avete mai litigato davvero?

«Moltissimo sul Covid. Lui era molto favorevole ai vaccini e agli obblighi, aveva una posizione istituzionale. Io ero “free vax”. Abbiamo avuto discussioni molto accese. In altre occasioni si è trovato in imbarazzo per gli ospiti che portavo, oppure per qualche mia uscita. Le tensioni ci sono state, sulle idee e sulle persone, ma le abbiamo sempre superate. Quando c’è stima reciproca e si rispetta il modo di essere dell’altro, si trova anche il modo di gestire le divergenze. Ci vogliamo bene».

Come arrivò Parenzo alla Zanzara?

«Conduceva Iceberg su Telelombardia. Cominciai a chiamarlo alla radio, ogni tanto, per commentare la politica. All’epoca si parlava spesso di Berlusconi, com’era naturale. Poi ci incontrammo in una trasmissione di Luca Telese su La7, Tetris. Quella sera tra gli ospiti c’era anche Travaglio. Conoscendolo, intuii che Parenzo avrebbe potuto funzionare come presenza fissa alla Zanzara. La chimica l’abbiamo costruita dopo. All’inizio faceva collegamenti improbabili dal pullman, durante i viaggi tra Roma e Siena, dove aveva la famiglia. Si sentiva male, cadeva la linea: era anche il bello di quella fase. Poi siamo diventati più perfezionisti e certe cose non le sopportiamo più. O almeno, io non le sopporto. Quella era una Zanzara pionieristica: lui collegato dall’autobus o da un cesso, la linea che saltava, non si sentiva niente. Era tutto così».

Ha nominato Berlusconi, la chiamò mai in quegli anni?

«No, non è mai intervenuto alla Zanzara. Però gli abbiamo fatto l’unico scherzo radiofonico della sua vita. Inizialmente non lo mandammo in onda: per noi era un momento particolare, c’erano questioni di privacy. Dopo averlo ascoltato, fu Berlusconi stesso ad autorizzarne la trasmissione. Dall’altra parte del telefono c’era un finto Zoff».

Quanto manca Berlusconi alla politica italiana?

«Tantissimo. Sul piano della comunicazione e su quello politico: era un personaggio unico. E manca anche ai suoi avversari».

Ha mai pensato che la Zanzara rischiasse di chiudere?

«Diverse volte. Abbiamo commesso degli errori, come capita a tutti. Ne abbiamo discusso con l’azienda e siamo andati avanti».

Per esempio?

«Soprattutto con gli scherzi radiofonici. A un certo punto ci hanno multato e abbiamo smesso di farli. Oppure per alcuni temi legati al sesso, sui quali l’azienda non era d’accordo. Anche in quei casi abbiamo trovato un’intesa».

Alla Festa dell’Ottimismo ha auspicato un’alleanza tra Meloni e Vannacci. La considera ancora possibile?

«Quando Vannacci ha fondato il suo partito, ho detto che per il centrodestra sarebbe stata salutare un’alleanza con quella parte dei suoi elettori che aveva trovato, e trova tuttora, una casa politica con lui. Poi ho preso atto che Meloni non vuole allearsi con Vannacci. A quel punto il ragionamento è semplice: se si presenteranno separati alle urne, come accadrà, votare Vannacci significherà favorire la sinistra. Su questo non c’è dubbio».

De Luca sostiene che Meloni sappia parlare alla gente, mentre la sinistra si perde in discorsi che non arrivano agli elettori.

«Ha perfettamente ragione. De Luca ha capito che la sicurezza è come il pane, che conta quanto l’economia. Rappresenta l’anima popolare della sinistra e dovrebbe essere ascoltato molto di più. Sarebbe un candidato perfetto della sinistra».

Perché non lo prendono in considerazione?

«Un po’ per l’età, un po’ perché divide molto la sinistra, un po’ perché oggi il Pd ha preso un’altra direzione. Sbagliano: potrebbe essere un rivale molto serio per Meloni».

Dopo quattro anni di governo, quale promessa non mantenuta rimprovera a Meloni?

«Quello delle promesse mantenute è un falso problema. Un governo rappresenta un’aspirazione, una speranza. Si fanno promesse ed è già grasso che cola se si riesce a realizzarne il 10%. Vale per tutti. Credo che anche il governo Meloni sia su quella percentuale. Lasciamo perdere gli slogan: l’immigrazione clandestina non è stata eliminata, ma l’impegno era limitarla il più possibile. Credo che questo obiettivo sia stato raggiunto almeno in parte».

Le hanno mai proposto di candidarsi con il centrodestra?

«Qualche volta».

Salvini?

«Il centrodestra in generale. Ma la politica non mi permetterebbe di essere libero quanto desidero, perciò non ne ho voglia. Giustamente richiede di seguire le indicazioni dei segretari di partito, dei leader: non la chiamerei fedeltà, ma una linea bisogna rispettarla. È normale, altrimenti sarebbe il caos. Io, però, non voglio. In un’altra vita, forse».

Dopo la sua partecipazione a R.I.P. – Roast in Peace, Scanzi ha scritto che Rapone l’avrebbe «asfaltata», dicendo ciò che pensa l’Italia di lei.

«Non ha capito niente del format del programma. Ma contento lui, contenti tutti. Se è felice di attaccarmi, mi attacchi pure. Che me ne frega».

Con Mario Giordano propone che chi entra nella proprietà altrui perda ogni diritto. Il caso Roggero vi ha convinti a esporvi in maniera concreta sulla legittima difesa?

«Non è il Far West, come molti lo descrivono. Il Far West è quello che fanno gli altri. Vogliamo evitare che cittadini onesti, che reagiscono in maniera viscerale, magari esagerata secondo la legge, finiscano sotto processo. Per me ogni reazione di fronte a un’irruzione è legittima. Quella situazione non l’hai voluta né cercata tu. Sono gli altri ad aver creato le condizioni nelle quali io perdo la testa e ti sparo».

Come intendete procedere?

«Metteremo nero su bianco le nostre idee, con l’aiuto di giuristi e persone competenti. Prepareremo una proposta e vedremo chi sarà disposto a presentarla e a portarla avanti. Credo che ci saranno deputati e senatori pronti a farlo».

Il rimpianto più grande di questi vent’anni?

«Vivo di rimpianti, ogni giorno. Sono un perfezionista: penso sempre che si possa fare meglio. È la spinta ad andare avanti».

Ha raccontato di aver anteposto il lavoro alla vita privata, anche a sua figlia. Quanto ha ricevuto compensa ciò a cui ha rinunciato?

«Sì, assolutamente. Non soltanto dalla Zanzara: da tutto quello che ho fatto. Penso di aver ricevuto moltissimo».