Un Leone d’Oro alla carriera, un red carpet attraversato dai simboli dell’attualità e una domanda che accompagna da sempre il cinema: quale ruolo può avere l’arte quando il mondo entra in una fase di tensione e smarrimento? L’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si è aperta così, mescolando glamour e riflessione, grandi protagonisti e temi civili. La cerimonia inaugurale nella Sala Grande del Palazzo del Cinema ha avuto il suo momento più atteso con la consegna del Leone d’Oro alla carriera a George Clooney, ma il festival ha scelto di raccontarsi anche attraverso altre voci: dalla presidente di giuria Maggie Gyllenhaal al ministro della Cultura Alessandro Giuli, fino alla conduttrice Greta Scarano, che ha portato sul tappeto rosso un riferimento alla questione palestinese.
George d’oro
Clooney, accolto da una lunga ovazione, ha ricevuto il premio dalle mani del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. A introdurre la premiazione è stata Laura Dern, che ha ricordato l’amicizia nata sul set di Grizzly 2, definendo l’attore e regista «un uomo di profonda umanità e integrità», capace di unire cinema, impegno e attenzione per le libertà individuali. Nel suo discorso Clooney ha scelto una strada lontana dall’autocelebrazione. «Nessuno ride, nessuno piange in lingue diverse», ha detto, ricordando come emozioni, paure e desideri appartengano a tutti gli esseri umani.
Per l’attore il cinema ha ancora una funzione essenziale: non risolve le crisi economiche né ferma le guerre, ma può ricordare che chi consideriamo estraneo può essere il protagonista della storia di qualcun altro. L’attore ha poi raccontato con ironia il rapporto con un riconoscimento arrivato dopo 45 anni di carriera. «Quando ti arriva la notizia, la prima cosa che pensi è: che onore. La seconda: forse sanno qualcosa che non so». Guardando indietro, ha spiegato, non vede un percorso costruito soltanto dalla volontà, ma una serie di incontri fortunati: «Nessuno arriva da nessuna parte da solo».
L’arte contro la paura
Il discorso del protagonista di Good Night, and Good Luck ha dato il tono alla serata. Clooney ha parlato di un’epoca nella quale, a suo giudizio, il potere spesso alimenta la paura dell’altro, ricordando il ruolo degli artisti e dei giornalisti nel mettere in discussione le narrazioni dominanti. Le storie, ha spiegato, possono essere «pericolose» per chi costruisce consenso attraverso la paura, perché costringono a guardare l’altro non come una minaccia, ma come una persona con una propria esperienza e una propria umanità. Un tema che Clooney ha ripreso anche incontrando la stampa del Lido, parlando della situazione americana, della crisi dell’informazione e del rapporto tra potere e media. L’attore ha espresso preoccupazione per la concentrazione delle fonti informative nelle mani di pochi grandi proprietari, ma ha ribadito la sua fiducia nel giornalismo di qualità.
Politica sul red carpet
L’attualità è entrata anche sul tappeto rosso. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha scelto una pochette rossa con dettagli verdi sullo smoking nero come richiamo alla Palestina, dopo un gesto analogo compiuto l’anno precedente con una spilla e un cravattino nei colori della bandiera palestinese. Anche Greta Scarano, co-conduttrice della serata insieme a Nicolas Maupas, ha mostrato durante il photocall un ventaglio con raffigurata una fetta d’anguria, simbolo diventato associato alla resistenza palestinese. L’attrice ha rivendicato la scelta di non rinunciare alle proprie posizioni sui temi che considera centrali.
Il cinema come inclusione
La serata ha dato spazio anche al tema dell’inclusione. Il presidente del Veneto Alberto Stefani ha partecipato al red carpet insieme a Emma Dal Ben, giovane veneta con autismo appassionata di musica e cinema, spiegando di voler trasformare un momento simbolico in un’occasione concreta di partecipazione. «L’inclusione deve essere concreta, non soltanto una parola», ha detto Stefani, sottolineando la necessità di superare una visione delle persone con disabilità legata soltanto alla fragilità e riconoscere invece il diritto alla piena partecipazione sociale. A chiudere la cerimonia prima della proiezione del film d’apertura è stata Maggie Gyllenhaal, presidente della giuria, che ha rivendicato un’idea ampia e libera di cinema: «Voglio essere sconvolta, scossa, voglio che la mia mente cambi». Il film scelto per inaugurare il concorso è stato Ink di Danny Boyle, dedicato a un momento decisivo nella scalata mediatica di Donald Trump.
Tra cinema e vita privata
Fuori dal palco, Clooney ha mostrato anche il lato più personale. Ha raccontato la scelta di non dedicarsi oggi alla regia con la stessa intensità del passato per poter trascorrere più tempo con i figli: un film da attore richiede pochi mesi, mentre dirigere significa spesso allontanarsi per molto più tempo. Ha parlato anche del passare degli anni, definendosi vicino al personaggio di Jay Kelly, il film di Noah Baumbach presentato a Venezia l’anno precedente. Una riflessione sulla malinconia dell’età, ma anche sulla fortuna di avere una famiglia amata e la possibilità di continuare a lavorare. Venezia riparte dunque con un festival che non rinuncia alla sua natura spettacolare, ma che prova a interrogarsi sul presente. Tra grandi star, cinema d’autore e questioni civili, il Lido ricorda che le storie non cambiano il mondo da sole, ma possono ancora modificare il modo in cui lo guardiamo.
