La crisi mediorientale registra un’ulteriore e drastica escalation diplomatica e militare all’indomani della scadenza della tregua di sessanta giorni. Il presidente americano Donald Trump ha riaffermato con forza il pieno controllo statunitense sullo Stretto di Hormuz, spingendosi a definirlo come un «nuovo territorio Usa» attraverso un messaggio pubblicato sulla piattaforma Truth e corredato da una mappa esplicativa. Le dichiarazioni della Casa Bianca hanno incassato l’immediata e dura reazione della Repubblica Islamica, che ha bollato le affermazioni americane come mere velleità propagandistiche: il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha infatti replicato su X affermando che «così come Trump ha scritto correttamente il nome dell’eterno Golfo Persico, la sua illusione sullo stretto di Hormuz verrà presto corretta, oppure correggeremo noi le illusioni di quest’uomo illuso».
La smentita sui negoziati, i piani del Pentagono e le minacce nell’area del Golfo
Sul piano diplomatico si consuma un evidente corto circuito interno all’amministrazione statunitense. A sole poche ore dalle rassicuranti dichiarazioni rilasciate a Fox News dall’inviato speciale Jared Kushner – che da Gerusalemme aveva riferito di interlocuzioni fitte e proficue con la dirigenza iraniana – Trump ha smentito seccamente il proprio collaboratore, scrivendo che «non sono in corso, né sono previsti, colloqui o conversazioni con la Repubblica Islamica dell’Iran: il blocco navale rimane pienamente in vigore». Da parte sua, Teheran ha ribadito che la via navigabile rimarrà preclusa fino al completo adempimento delle clausole dell’intesa provvisoria, che esigono la revoca del blocco marittimo, l’annullamento delle sanzioni sul greggio e lo sblocco degli asset congelati. In questo scenario di stallo il Pentagono sta valutando un progressivo ridimensionamento della presenza militare nel Golfo Persico al termine delle ostilità, mentre il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha lanciato un nuovo appello affinché si rinunci alla via militare per riprendere immediatamente i negoziati. Nel frattempo la stabilità dell’intera regione continua a vacillare: i ribelli Houthi hanno rivendicato un attacco condotto con droni contro la raffineria Aramco a Jazan, in Arabia Saudita, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno denunciato il lancio di due missili iraniani verso il proprio territorio, intercettati prima che potessero impattare sulla terraferma.
