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Telegram sotto assedio globale: l’Australia chiede una sanzione da 54 milioni di dollari, si moltiplicano i blocchi e i procedimenti internazionali

Dall’offensiva eSafety alle misure restrittive in Brasile e India: il rifiuto di moderare i contenuti mette a rischio l’operatività del servizio

Telegram sotto assedio globale: l’Australia chiede una sanzione da 54 milioni di dollari, si moltiplicano i blocchi e i procedimenti internazionali
(Foto Ansa)

Dopo l’accusa formulata dalla Russia nei confronti del suo fondatore Pavel Durov per “favoreggiamento del terrorismo”, la scelta strategica di rinunciare a qualsiasi forma strutturata di moderazione e la linea dell’impenetrabilità sui dati riservati stanno trascinando ora Telegram in una crisi istituzionale senza precedenti: l’applicazione deve fare i conti con un’ondata convergente di azioni giudiziarie, contenziosi sanzionatori e minacce di oscuramento in molteplici giurisdizioni internazionali.

Il fronte più caldo si trova attualmente in Australia, dove l’agenzia di regolamentazione eSafety ha formalmente citato in giudizio Telegram dinanzi alla Corte Federale al termine di un’indagine durata dodici mesi. Il dossier dell’autorità evidenzia gravi inadempienze da parte della piattaforma, accusata di aver ignorato per settimane le segnalazioni di video dal contenuto estremamente violento, di non aver disattivato i canali legati a sigle terroristiche e di aver mantenuto accessibili per quasi tre mesi le immagini delle stragi di Christchurch del 2019 e di Buffalo del 2022: l’istruttoria sottolinea inoltre l’assenza di norme chiare nelle condizioni d’uso contro la diffusione di tali materiali e il mancato invio di riscontri agli utenti. La sanzione economica richiesta potrebbe toccare i 54,6 milioni di dollari australiani (equivalenti a circa 3 miliardi di rubli e 32,6 milioni di euro), una cifra di portata storica per il Paese.

La contesa australiana è solo l’ennesimo tassello di una stretta che valica i confini continentali: nel recente passato la magistratura del Brasile ha stabilito la sospensione del servizio in risposta alla mancata trasmissione delle informazioni identificative degli iscritti, mentre in India la società è finita sotto la lente dei regolatori per la circolazione di contenuti disinformativi e la propagazione di odio confessionale. A complicare ulteriormente la situazione interviene il quadro europeo, dove le rigide disposizioni contenute nel Digital Services Act rischiano di imporre requisiti operative inavvicinabili per gli standard attuali di Telegram, ponendo in dubbio la stessa presenza della piattaforma all’interno dei paesi membri dell’Unione.